È trascorso quasi un anno dall’insediamento di Carlo Nordio in via Arenula. Il nuovo Guardasigilli, forte di un’esperienza quarantennale come magistrato e pubblico ministero, ha prestato giuramento nelle mani del Presidente Mattarella l’ottobre del scorso anno, presentando da subito una linea programmatica fitta di proposte e promesse. Ma quante sono quelle finora mantenute?
Taglio dei costi della giustizia, piena applicazione del processo accusatorio, separatezza delle carriere e separazione dei poteri, discrezionalità dell’azione penale e ridimensionamento delle misure cautelari: sono soltanto alcune delle priorità rivendicate dal nuovo ministro poco dopo la nomina.
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Non stupiva, d’altronde, che un uomo a lungo schierato tra le fila del polo liberale proponesse di riformare in senso garantista il processo penale, traducendo in concrete istanze politiche molte tematiche controverse e sintomatiche di un’opinione pubblica spesso insoddisfatta sui temi della giustizia.
Il Ddl Nordio: inversione di rotta del processo penale
Il Ddl Nordio, infatti, rappresentava la promessa di un cambio di rotta rispetto a quella percorsa finora, alfiere di importanti novità a tutela della persona nel quadro della lotta al crimine.
Una mission difficile persino per un professionista del settore come Carlo Nordio, convinto sostenitore del garantismo penale a seguito dell’ormai nota vicenda verificatasi nel corso della sua precedente carriera di magistrato.
L’ideale, tuttavia, fatica a tradursi in azione pratica per un uomo che si trovi in una posizione complessa come quella del Guardasigilli in carica, diviso tra convinzioni personali e appartenenza politica a un governo di centrodestra per natura giustizialista. Una scissione interna che si avvertiva già nelle prime parole ai microfoni del Corriere della Sera: “L’abolizione dell’ergastolo non è nei programmi del governo, anche se penso che andrebbe abolito”.
Un cammino tortuoso e contradditorio, percorso sul filo del rasoio
Era solo l’inizio di un cammino tortuoso e contraddittorio che Nordio ha percorso sul filo del rasoio, più attento a non commettere passi falsi, che alla concreta attuazione dell’ormai spergiurata riforma del processo penale.
A presentare il decreto Cutro, con il quale veniva introdotta la nuova fattispecie di reato in materia d’immigrazione clandestina, infatti, era la stessa persona che qualche mese prima sosteneva a gran voce l’esigenza di “velocizzare i processi, anche attraverso la depenalizzazione“. Al netto delle opinioni personali, appare difficile comprendere come un incremento della tipizzazione penale possa sposarsi con le idee di un uomo convinto che l’inasprimento delle pene, l’introduzione di nuove categorie criminali e il “carcere duro” non costituiscano soluzioni efficaci per l’incremento della sicurezza dei cittadini.
Colpito in pieno dal caso Cospito e da quello del capogruppo Giovanni Donzelli che, prima di finire egli stesso sul banco degli imputati, avanzava nei confronti di quattro deputati del Pd l’accusa di aver fatto visita all’anarchico per sostenerne le rivendicazioni. Nordio, quello stesso Nordio iscritto all’Associazione Luca Coscioni e persuaso che la vita costituisca un diritto disponibile del singolo, si è trovato in un batter d’occhio a dover da un lato negare la revoca del 41 bis e, dall’altro, tutelare i suoi dall’indignazione e dalle contro accuse dell’opposizione.

Un clima di tensione, ulteriormente aggravato dal riaccendersi del dibattito pubblico intorno al reato di tortura, tema della terza interrogazione avanzata dall’onorevole Dori che, ripercorrendo i fatti occorsi nel 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ha chiesto al Guardasigilli una rassicurazione in merito alla ventilata possibilità che Fratelli d’Italia, una volta al governo, mirasse a depotenziare il reato di tortura faticosamente introdotto a seguito delle molteplici condanne di Strasburgo all’Italia. Con l’aria di chi sembrava voler dare un colpo alla botte e uno al cerchio, il nuovo Ministro della Giustizia negava qualsiasi intervento sostanziale sul 613 bis, prospettando mere modifiche tecniche.
15 giugno 2023: uno spiraglio di luce per le schiere garantiste
Il 15 giugno il Consiglio dei Ministri approvava il Ddl Nordio. Abrogazione dell’abuso d’ufficio, riformulazione del reato di traffico d’influenze illecite, revisione dell’informazione di garanzia, che dovrà ora contenere una descrizione sommaria del fatto contestato e non potrà essere pubblicata fino al termine delle indagini preliminari, interventi normativi a tutela del terzo estraneo in materia d’intercettazioni, con l’introduzione del divieto di pubblicarne il contenuto, salvo provvedimento del giudice. Questi gli interventi che fanno ben sperare i sostenitori del “giusto processo”.
Una speranza forse mal riposta, perlomeno se ripensiamo allo scorso 7 agosto, data in cui con
decreto legge è stata estesa l’applicabilità delle norme antimafia in materia di intercettazioni
ambientali anche a reati non associativi. Venuto meno il presupposto dell’associazione a stampo mafioso, il pretesto sembra essere quello di colmare alcuni gap di eccessivo garantismo di cui parrebbe essersi macchiata la stessa Corte di Cassazione. Un intervento quantomeno curioso, se ad approvarlo è chi reclamava assoluta cautela in materia d’intercettazioni fino a poco tempo prima.
Dl Caivano: la sferzata definitiva
La conduzione pirandelliana del Ministro della Giustizia pare consolidarsi definitivamente con il Dl Caivano, che espone ulteriormente il sistema italiano all’utilizzo delle misure cautelari. Scelte, condivisibili o meno a seconda dei punti di vista, che stupiscono, tuttavia, proprio perché portate avanti dal Guardasigilli, che giusto pochi mesi fa lamentava “l’abuso della custodia cautelare come surrogato temporaneo dell’incapacità dell’ordinamento di mantenere i suoi propositi”.
Insomma, un primo anno convulso per Nordio, costretto a prendere decisioni importanti nel mezzo di un dilemma etico, conteso tra le proprie personali convinzioni e le inclinazioni del
governo che ne ha proposto la nomina. Ne esce un programma confuso, a tratti contradditorio, che confonde gli elettori di entrambi gli schieramenti. Eppure, il suo avvento in via Arenula poteva essere l’occasione per portare una ventata d’aria fresca alla giustizia italiana e realizzare un bilanciamento concreto e maturo tra istanze giustizialiste e garantiste, superando la rigida compartimentazione degli ultimi tempi. È quello che ci auguriamo per i suoi prossimi quattro anni di mandato.
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