consorzio arcale

Non illudiamoci: con l’Islam è in atto uno scontro di civiltà

Quella in atto è una battaglia di civiltà, e se vogliamo far prevalere la vita sulla morte a cui inneggia la jihad bisogna necessariamente partire dal punto in cui questa ideologia totalitaria ha preso piede, col rifiuto di riconoscere il diritto di Israele ad esistere

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Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” risponde Gesù ai Farisei: questo passo del Vangelo di Matteo faceva parte della liturgia del giorno letta domenica scorsa, e sta in queste parole la differenza tra Cristianesimo e Islam, dove invece regna la sharia, la legge sacra e terrena.

Gesù non risponde alla domanda implicita se Cesare abbia diritto o no di governare, non formula una teoria politica, afferma solo che non si può confondere l’impegno con Dio con il governo terreno, per cui se tu ricevi dei servizi da parte dello Stato devi contribuire a pagarli, ma nello stesso tempo devi dare a Dio tutto quello che è di Dio e non puoi mettere Cesare sopra a Dio, perché il potere di Cesare non può essere assoluto.

Nell’Islam il mondo è diviso tra credenti e non credenti

Gesù esclude dunque sia la politicizzazione di Dio che la sacralizzazione del potere politico, perché si tratta di due piani distinti, ed esalta la dignità dell’essere umano, di cui si risponde soltanto a Dio, e proprio la dignità della persona è l’altro grande discrimine fra le due religioni: nel Cristianesimo gli uomini sono tutti uguali, tutti ugualmente figli di Dio (“Non più giudeo, né greco, né schiavo, né libero” dice San Paolo nella Lettera ai Galati), mentre nell’Islam c’è una radicale discriminazione, perché il mondo è diviso tra credenti e non credenti. (Qui apro una parentesi legata tragicamente all’attualità: come si potrà mai aprire un confronto leale con chi pretende di parlare solo col suo Dio della spada, che non conosce alleati oltre l’Islam e conosce un solo comandamento per i nemici: sterminarli tutti.

O sottometterli trasformandoli in dhimmi. Ma agli ebrei non viene riconosciuto nemmeno questo status di paria, basta rileggere lo statuto di Hamas del 1988: “Israele continuerà ad esistere finché l’Islam non lo cancellerà… il Giorno del Giudizio non arriverà finché i musulmani non combatteranno gli ebrei (uccidendo gli ebrei), quando l’ebreo si nasconderà dietro le pietre e gli alberi. Le pietre e gli alberi diranno: O musulmani, o Allah, c’è un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo”).

Nell’Islam l’uomo è superiore alla donna, nel Cristianesimo c’è uguaglianza

donna pakistan
donna islamica

Non solo: nel Cristianesimo c’è uguaglianza di dignità tra l’uomo e la donna, tanto che la creatura venerata per eccellenza è Maria, la madre di Dio; nell’Islam invece l’uomo è superiore alla donna, può avere più mogli, può commettere adulterio, mentre se la donna commette adulterio viene lapidata (c’è un versetto del Corano che recita: “ Le donne sono un campo da arare…”). E poi: il Dio cristiano è essenzialmente amore, Islam invece vuol dire “sottomissione alla volontà divina” e musulmano viene da muslim, ossia sottomesso.

In questi due secoli, certamente, il fideismo ha prevalso per lunghi tratti anche nella storia della cristianità, ma è indubbio che la laicità è impressa nel dna stesso del Cristianesimo: noi, che crocianamente non possiamo non dirci cristiani, siamo immuni dalla follia jihadista e viviamo in una società in cui la separazione fra Stato e Chiesa non è messa in dubbio. Anche il mondo islamico ha conosciuto, per cause esterne, una differenza tra religione e politica quando fu dominato dall’impero ottomano e durante il colonialismo cristiano, ma la rivoluzione khomeinista del ’79 ha riportato indietro le lancette della storia e ha di nuovo fatto dell’Islam una religione politica, imponendola come forma totalitaria della società.

Lo smarrimento delle radici giudaico-cristiane

Ora la civiltà occidentale, di fronte a un Islam che torna minaccioso, sembra però aver smarrito la consapevolezza delle sue radici giudaico-cristiane e del fatto che il Cristianesimo ha segnato positivamente il destino delle democrazie moderne, rischiando così di perdere una sfida epocale che segnerà i destini di questo secolo.

L’Islam è irriformabile e – scrisse don Baget Bozzo – “è impensabile che si possa creare una società civile che abbia consistenza in sé stessa e viva ai ritmi del mondo, perché è contrario al mito della sharia e della stessa identità musulmana”. Con l’aggravante che “il terrorismo islamico ora non si propone il dominio di un territorio, ma solo la distruzione di una civiltà, la nostra”. Questa indiscutibile realtà getta una lunga ombra anche sulla possibilità di un’integrazione musulmana in Europa, visto che le comunità musulmane restano separate dal corpo sociale collettivo e che le moschee sono luoghi facilmente penetrabili dall’islamismo politico e di conseguenza dal fondamentalismo, con l’emarginazione e la punizione esemplare – fino all’uccisione – delle giovani che si propongono di superare il conflitto tra identità islamica e occidentalizzazione.

L’Errore dell’Occidente, l’aver introdotto la logica del politicamente corretto

Il grande errore, di cui oggi scontiamo le conseguenze, è stata la malattia senile di un Occidente imprigionato in un relativismo valoriale, culturale e religioso che ha prodotto la logica del politicamente corretto che significa non assumere mai posizioni critiche nei confronti delle realtà diverse, indipendentemente dai loro contenuti. Questo ha prodotto un cortocircuito sulla questione basilare del rapporto con gli altri in un mondo globalizzato, in cui all’interno dello stesso spazio fisico ormai convivono etnie, religioni, lingue diverse.

L’Europa non ha saputo trasformare questa diversità in una costruzione che concretamente si traducesse nell’interesse comune e non invece nella distruzione collettiva, e non è riuscita a edificare un modello di convivenza sociale in grado di salvaguardare le sue antiche certezze valoriali e identitarie. L’immigrazione musulmana ha così portato alla nascita di contro-società chiuse, che si nutrono di un’identità sostitutiva diffusa tra i giovani immigrati di seconda e terza generazione, e questo rappresenta il brodo di coltura ideale per la loro strumentalizzazione da parte del fondamentalismo islamico.

Israele incarna l’Occidente

Non bisogna negare dunque l’evidenza: quella in atto è una battaglia di civiltà, e se vogliamo far prevalere la vita sulla morte a cui inneggia la jihad bisogna necessariamente partire dal punto in cui questa ideologia totalitaria ha preso piede, col rifiuto di riconoscere il diritto di Israele ad esistere. Perché Israele incarna l’Occidente, e l’Occidente siamo anche noi.

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