I due mandati presidenziali di Giorgio Napolitano sono stati caratterizzati da una “moral suasion” che si trasformò in più occasioni in un interventismo “politico” che riportò gli orologi ai tempi non felici di Scalfaro. Facciamo l’esempio di una data emblematica: l’otto novembre 2011, quando l’allora premier Berlusconi fu costretto a dimettersi perché il rendiconto dello Stato era stato approvato dalla Camera, ma gli 308 voti favorevoli non vennero considerati sufficienti a mantenere in vita il governo, anche se non era richiesta la maggioranza assoluta. Quello fu solo l’atto finale di un preciso disegno politico iniziato nel 2009, quando la popolarità di Berlusconi raggiunse il suo culmine con l’abbraccio dei partigiani di Onna. Dal 2008 al 2011 il governo e la maggioranza di centrodestra furono sottoposti a una serie impressionante di verifiche elettorali e le vinsero tutte.
Non era mai successo, nella seconda Repubblica, che le forze al governo ricevessero una conferma così plebiscitaria dalle successive elezioni parziali, ma nonostante questo, anzi proprio per questo, i professionisti della delegittimazione si misero all’opera sotto un’attenta regia. Senza tirare in ballo le presunte sollecitazioni del Quirinale nei confronti di Fini – sussurrate a lungo ma mai dimostrate – per mettere in crisi il governo con la scissione di Futuro e Libertà, e anche volendo derubricare a indiscrezione giornalistica le rivelazioni del Wall Street Journal sulla telefonata tra Napolitano e la signora Merkel per la cacciata di Berlusconi da Palazzo Chigi, è invece abbondantemente provato che il Quirinale aveva allertato Monti già nel giugno 2011, quando non era ancora scoppiata la crisi dello spread: lo scrisse Alan Friedman, parlando di “Costituzione strapazzata”, e lo confermò lo stesso Monti, non intravedendovi peraltro “nulla di male”.
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Le cronache – e anche la storia, ormai – ricostruiscono perfettamente il clima opaco di quelle settimane convulse, che videro Napolitano sempre più protagonista della politica parlamentare, con il duo Merkel-Sarkozy sempre più determinato ad ingerire negli affari interni italiani. Non si scopre certo oggi che nel 2011 accaddero fatti decisamente anomali rispetto alla fisiologia politica: consultazioni continue al Quirinale con i gruppi parlamentari nonostante che il governo Berlusconi fosse pienamente in carica con la fiducia di entrambe le Camere, le lettere e i richiami della Bce e della Commissione europea scritti in tutta evidenza da manine italiane, l’attacco speculativo ai titoli Mediaset, le risatine della Merkel e di Sarkozy diffuse e amplificate dai media italiani e stranieri.
Certo, fu un’operazione da professionisti: con un atteggiamento tipico di tutti i “catilinari”, la preoccupazione maggiore di Napolitano e di Monti fu quella di conquistare il Parlamento con mezzi legali. A ben vedere, quello che accadde in Italia era già tutto spiegato in un acuto pamphlet scritto nel 1931 da Curzio Malaparte, che spiegava la tecnica di prendere il potere: con la nomina-lampo a senatore a vita, Monti poté legittimarsi quale espressione, in qualche modo, dello stesso Parlamento. E fu così che il Parlamento divenne complice necessario del disegno quirinalizio, accettando il fatto compiuto e legalizzandolo formalmente. Il tutto giustificato dallo “stato di necessità”. Ci sono molte similitudini tra i motivi che spinsero Scalfaro a ispirare il ribaltone del ’94 e quelli che indussero Napolitano a intervenire nel 2011. Scalfaro odiava Berlusconi, Napolitano no. Ma entrambi agirono nella convinzione che il Cavaliere fosse un corpo estraneo da rimuovere dalla politica italiana. Tanto da giustificare l’iniezione nella Repubblica parlamentare di massicce dosi di presidenzialismo, e da porre le Camere in condizioni di oggettiva subalternità.
L’altra grande questione che divise Napolitano da Berlusconi fu l’attacco alla Libia, che il Quirinale volle a tutti i costi, imponendolo alle perplessità di Palazzo Chigi. Come mai il capo dello Stato indossò l’elmetto, spalleggiato da tutta l’opposizione fino ad allora pacifista? La bufala da cui partì l’assalto finale a Gheddafi, ossia i 10mila presunti morti massacrati dal regime libico, fu lanciata dalle agenzie statunitensi e britanniche, e questo sta a significare che dietro il becero protagonismo di Sarkozy c’erano anche altri interessi, e infatti il ministro della Difesa britannico avrebbe poi rivelato che le operazioni delle forze speciali di Sua Maestà in Libia erano iniziate un mese prima del bombardamento francese che diede inizio alla guerra. Bossi queste cose le disse subito, perché sentiva puzza di eterodirezione sulla politica interna ed estera italiana, Berlusconi la pensava come lui ma aveva le mani legate dal suo ruolo istituzionale. Il premier avrebbe scelto di fare come la Germania, che rimase a guardare lasciando che altri combattessero, e aveva visto più lontano di Napolitano, viste le conseguenze di quella guerra sbagliata.
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