Questa volta sbaglia quel fine analista politico che è Enrico Borghi, capogruppo di Italia Viva al Senato. Sbaglia perché non risponde al vero che Giorgia Meloni si accodata a Viktor Orbán nel sabotare l’Unione europea. È vero il contrario: Meloni ha costretto Orbán ad accodarsi all’intesa trovata al vertice europeo e a votare a favore del sostegno finanziario di 90 miliardi all’Ucraina, proposta passata con voto unanime. Cosa che non sarebbe accaduta sull’utilizzo degli asset russi che rimangono congelati a tempo indeterminato e, in prospettiva, potrebbero essere usati come ulteriore garanzia dei 90 miliardi.
Non essendo chi scrive abituato a sciogliere peana o inni verso chicchessia, provo a descrivere con il dovuto distacco il senso del vertice europeo di Bruxelles. I 27 capi di Stato e di governo avevano due temi in agenda: il sostegno all’Ucraina e il via libera all’accordo Mercosur, cioè il libero mercato dei prodotti agricoli fra Europa e America Latina.
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Sul primo punto, il più urgente, erano sul tavolo due opzioni possibili: a) usare gli asset russi congelati, cioè 210 miliardi di cui 195 custoditi in Belgio; b) accendere debito comune con l’emissione di eurobond. Germania e Francia hanno spinto per la prima opzione sulla quale, però, Orbán, Fico e Babis avrebbero posto il veto. Giorgia Meloni è stata in prima linea a sostenere la seconda opzione. Si è detto che in tal modo non avrebbe urtato la suscettibilità di Trump, attribuendo all’affinità ideologica il motivo della scelta. Per la verità, Meloni aveva chiesto fino al giorno prima una verifica approfondita sul fondamento legale e sulla base giuridica per utilizzare gli asset russi. A sua volta, il Belgio aveva posto come condizione di avere espresse garanzie finanziarie dell’Unione nel caso che la Russia, una volta vista privata dei suoi investimenti, si fosse rivolta a un tribunale.
Come si vede, c’erano argomentazioni giuridiche forse ancora più stringenti di quelle politiche. Il risultato ottenuto è sì un riconoscimento al lavoro del governo italiano e alla diplomazia ma, come ogni medaglia, ha anche il suo rovescio e il rovescio – a giudizio di chi scrive – è ancora più interessante. Segnerei la data: 19 dicembre 2025, l’7nione europea compie un salto decisivo verso una maggiore integrazione politica. Chi ha favorito questo passo? Lo ha favorito la leader politica che ha vinto le elezioni politiche in Italia, il 25 settembre 2022, su una piattaforma decisamente anti-europeista.
Meloni ha fornito in 48 ore un saggio notevole di pragmatismo e di concretezza, e di un europeismo insospettabile. Non è stata una conversione sulla via di Bruxelles, è stato qualcosa di più profondo. Si ponga mette al fatto che il prestito che l’Ue andrà a raccogliere sui mercati finanziari è finalizzato al finanziamento di un’azione di politica estera e di sicurezza. Questo, per dire, in barba a quanti vedono l’Unione europea abulica e vuota, timorosa di Trump e pavida nel fronteggiare la guerra di Putin.
Tutto falso o quanto meno inesatto. Dopo il 19 dicembre 2025, sul petto di Giorgia Meloni potrebbe essere appesa la medaglia dell’Ue. Chi può escludere che non vada a lei il riconoscimento di una delle prossime edizioni ddl Premio Adenauer assegnato annualmente a un propugnatore dell’europeismo? Si dice che sono le circostanze avverse o i rovesci di fortuna a forgiare il carattere delle persone e a tirar fuori il meglio del loro animo. L’Ucraina è sotto le bombe e le parole bellicose di Putin non fanno chiudere più occhio ai Paesi Baltici. Di qua però c’è un’Unione europea che vigila e un’europeista – Giorgia Meloni – che monta la guardia a una casa in cui mai avrebbe immaginato di metter piede. Ma, una volta entrata, pare che si trovi molto bene a capotavola.
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