Caso Minettie amnistia, al di là del clamore mediatico e delle opposte convenienze politiche, hanno riportato alla luce una domanda che l’Italia continua ostinatamente a rimuovere: perché nel nostro Paese l’amnistia è diventata impronunciabile?
È una domanda tanto più sorprendente se si guarda alla storia repubblicana. Nel 1946, con un Paese appena uscito dalla guerra civile,Palmiro Togliatti promosse un’amnistiache servì a chiudere una stagione di sangue, vendette e regolamenti di conti. L’Italia trovò allora la forza politica di scegliere la pacificazione. Oggi, invece, non riesce nemmeno ad aprire un dibattito serio sulle condizioni del proprio sistema carcerario.
Il carcere e la politica della paura e del disagio
Eppure,il tema non riguarda una disputa ideologica astratta. Riguarda lo Stato di diritto. Riguarda le carceri sovraffollate, i detenuti malati, gli anziani dimenticati nelle celle, le condizioni denunciate da anni dalle associazioni, dalla magistratura di sorveglianza e perfino da chi il carcere lo vive quotidianamente. Le cronache provenienti da Rebibbia, così come i rapporti di Antigone, raccontano da tempo un sistema che fatica a garantire standard minimi di civiltà giuridica.
La questione, allora,non è se si debba essere buonisti o giustizialisti. La vera questione è un’altra: uno Stato può pretendere il pieno rispetto della pena quando esso stesso non riesce a garantire condizioni dignitose di detenzione?
Dopo Tangentopoli non sappiamo più perdonare
Per decenni la Repubblica ha affrontato il problema anche attraverso strumenti straordinari di clemenza. Non solo l’amnistia Togliatti. Provvedimenti analoghi furono adottati dopo le tensioni sociali degli anni Sessanta, oppure in occasione di particolari passaggi storici e istituzionali.L’ultima amnistia arrivò nel 1990, in una fase che precedeva di poco Tangentopoli. Da allora, il tema è stato progressivamente espulso dal dibattito pubblico.
La riforma costituzionale del 1992, imponendo la maggioranza dei due terzi per approvare amnistia e indulto, rese certamente più difficile il ricorso a questi strumenti. Ma il vero cambiamento non fu procedurale. Fu culturale.
Dopo Tangentopoli,l’Italia entrò infatti in una lunga stagione dominata dalla giustizia come terreno principale dello scontro politico. L’amnistia cessò di essere percepita come uno strumento eccezionale di politica criminale e cominciò a essere raccontata esclusivamente come un favore ai potenti, un colpo di spugna, un privilegio mascherato.
L’amnistia impossibile
Da quel momento,nessuna forza politica ha più avuto il coraggio di affrontare il tema senza paura del costo elettorale. La destra, in nome della retorica della “legge e ordine”, ha preferito irrigidire il discorso pubblico sulla pena. Ma anche la sinistra, prigioniera della cultura giustizialista maturata negli anni Novanta, ha progressivamente abbandonato ogni riflessione garantista. Così, governo dopo governo, il problema è rimasto immobile.
Persinol’appello di Giovanni Paolo II nel 2002 cadde nel vuoto. E negli anni successivi ogni tentativo di riaprire il confronto è stato travolto da sospetti reciproci: chi propone un’amnistia viene immediatamente accusato di voler salvare qualcuno. Non importa il merito. Conta soltanto il retropensiero attribuito all’avversario.
È qui che il caso Minetti diventa simbolico. Non tanto per la vicenda personale o giudiziaria in sé, quanto per il riflesso automatico che produce nel dibattito pubblico italiano:ogni discussione sulla clemenza viene immediatamente personalizzata, trasformata in una guerra di convenienze e contro-convenienze politiche. Il risultato è che l’interesse generale sparisce.
Nel frattempo, però, il carcere continua a riempirsi. E lo Stato continua a rinviare.
Lo Stato che assolve sé stesso
Negli ultimi anni sono emerse proposte minori: liberazioni anticipate, indultini, detenzione domiciliare per i fine pena, ipotesi di indulto differito. Segnali di un disagio evidente, ma ancora insufficienti ad affrontare il nodo centrale. Perchéil problema non è soltanto numerico. È politico e culturale.
L’Italia sembra aver smarrito l’idea stessa che la clemenza possa essere, in determinate circostanze,uno strumento di forza dello Stato e non di debolezza.Come se qualunque riflessione sulla pena dovesse necessariamente coincidere con il cedimento morale. Eppure, uno Stato maturo non si misura soltanto dalla severità delle sue leggi. Si misura anche dalla capacità di interrogarsi sui limiti del proprio sistema penale.
Oggi, invece, l’unica vera amnistia che continua a essere concessa è quella che lo Stato riserva a sé stesso: perle proprie omissioni, per le proprie lentezze, per l’incapacità di affrontare un problema che da anni viene semplicemente lasciato marcire.
Non decidere, in fondo, è già una decisione.
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