Non è stato sufficiente un estenuante tira e molla nella maggioranza per introdurre davvero ilvoto di preferenzanella riforma elettorale dal 15 luglio all’esame dell’aula della Camera. L’emendamento concordato dai gruppi diFratelli d’Italia, i moderati diMaurizio lupie l’UDCcontiene le preferenze, ma gli elettori potranno esprimerle dopo aver accettato il capolista bloccato del partito che sceglieranno di votare. Si tratta di un pasticciato ritorno delle preferenze. Quelcapolista bloccato è una ciambella di salvataggiolanciata daGiorgia Melonialle oligarchie che guidano i partiti. In particolare, il capolista bloccato è una risorsa preziosa per i leader dei partiti più piccoli.
Si pensi, per esempio, adAzione: il partito di Calenda, quando va bene, potrà eleggere un capolista in alcune circoscrizioni. Il più delle volte, come insegna l’esperienza, si tratterà di un big politico catapultato da Roma in una circoscrizione che si presume sicura. Ma se in quella circoscrizione c’è un candidato espressione del territorio e portatore di un cospicuo consenso elettorale,sarà lui o lei a fare le spese per eleggere il big senza neppure un voto. Si pensi a candidati come Ettore Rosato, vice segretario, o alla presidente del partito, Elena Bonetti: non dispongono di un autonomo seguito elettorale ma saranno sicuramente eletti una volta collocati come capolista nelle circoscrizioni sicure per Azione.
E pensare che il ritorno al voto di preferenza, almeno nelle intenzioni di chi ha perorato la causa, è stato indicato come lamisura necessaria per restituire il potere di scelta agli elettorie, nello stesso tempo, restituire attrattività all’espressione del voto. L’emendamento concordato fra i gruppi parlamentari del centrodestra sembra fatto apposta per non scontentare quei leader comeTajani e Salvinida sempre contrari alle preferenze.
Sia Tajani che Salvini hanno le loro buone ragioni per non apprezzare le preferenze. Si tratta nel loro caso di leadership deboli o in declino, bisognose di esserepuntellate dall’elezione di gruppi parlamentari fedelipiù che leali ai rispettivi segretari.
Meloni poteva ingaggiare una vera prova di forza con gli alleati proponendo il ritorno al voto di preferenza in una misura integrale, senza garanzie per i capilista, pur sapendo che avrebbe incontrato l’ostilità di Tajani e Salvini. Ha preferitoevitare lo scontro nella maggioranza, con ciò esponendosi alle critiche di quei pochi che hanno fatto attività politica, accettando ogni volta di misurarsi con gli elettori invece di evitarli.
È ovvio, e sarebbe da ingenui negarlo, cheil voto di preferenza non è la panacea capace di riportare milioni di elettori alle urne. È innegabile, però, che restituire lo scettro agli elettori – per usare un’immagine di Gianfranco Pasquino – sarebbe un passo significativo in grado di trasferire sul piano nazionale le dinamiche che si innescano sui territori in occasione delle elezioni comunali o regionali, dove gli elettori possono esprimere un voto di preferenza per i candidati ai consigli.
Chi è contrario alle preferenze,guarda proprio ai comuni e alle regioniper sostenere come anche in quelle istituzioni c’è un calo drammatico dell’affluenza alle urne, anche se, soprattutto nei comuni, da diserzione degli elettori è imputabile al doppio turno, regola imposta nei comuni con più di 15.000 abitanti.
Al momento è difficile prevedere l’esito dell’emendamento presentato alla camera. Dalle opposizioni e significativo l’atteggiamento delM5S che ha manifestato una netta contrarietà all’emendamento di maggioranzae annunciato che presenterà una proposta emendativa per il ritorno integrale al voto di preferenza per quanto paradossale possa sembrare, c’è il rischio che sia la proposta dei Cinquestelle a essere più attrattiva durante le votazioni in aula. Si tratta, in ogni caso, diuno scoglio diventato importante per la risonanza mediaticaanche se la sostanza vera della riforma elettorale è altrove. Per esempio è nel premio di maggioranza, stabilito al 42% su cui accenderà un riflettore la corte costituzionale al momento di esaminare la legge.
È proprio la prospettiva di un pronunciamento della corte,Giorgia Meloni ha fatto sapere che sarà lei stessa a chiedere un’immediata valutazione della riforma elettoralecon l’obiettivo i tempi ed evitare che una tardiva pronuncia dei giudici della consulta possa portare, nel caso di una bocciatura, a votare con l’attuale legge.Per lei sarebbe un colpo duro da accettare, dopo la bocciatura della riforma della giustizia. Per molti leader non solo dell’opposizioni, sarebbe invece motivo di sollievo sapere che si ritroveranno con il potere assoluto di compilare le liste, così da puntellare le loro leadership.
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