“Meglio tirare a campare che tirare le cuoia” o “Meglio andare alle elezioni anticipate che tirare a campare“? Era il ’91, quando Giulio Andreotti e Ciriaco De Mita cercavano la quadra per superare la crisi di governo che si risolse nella quintessenza della Democrazia Cristiana: l’immobilismo. Un’immagine che, seppur distante per caratura politica e per difficoltà di leadership differenti, trova oggiGiorgia Meloninavigare tra la Volpe e il Filosofo.
Il primo intervento del premier alla Camera dopo ladebacle referendaria, traccia la rotta verso un futuro avvolto in una nebbia estranea a Roma ma meno al potere romano. Un orizzonte che sembra impossibile da raggiungere: ampliando la vista e prendendo punti di riferimento, ci si rende conto che in questi quattro anni, la barca delgoverno ha navigato in un raggio limitato in mezzo al mare. L’esecutivo ha soffiato sulle proprie vele con la forza giusta per non scuffiare mai, mantenendo la barra dritta con un’andatura da leggero ponentino, evitando il maestrale.Ma sempre senza spostarsi di una miglia.
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A Camera e Senato, Meloni ha cercato di ridare al governo un senso per andare avanti, escludendo di rompere le righe da un momento all’altro. Ma senza anche una nuova agenda, che seppur di pochi punti da declinare, al netto degli interventi necessari, sarebbe stata utile per unavirata dal sapore di cambiamento. Piuttosto, infatti, sono state rivendicate le azioni di governo, delineando significati di responsabilità e affidabilità, e gettato l’amo verso il futuro senza cedere a fanatismi di partito.
Ma rivendicare alcuni traguardi raggiunti, non basta, specialmente quandonon riguardano elementi identitari per i propri elettori. Infatti, dalla lotta all’evasione fiscale e all’immigrazione illegale, al lavoro che aumenta, i meriti non portano la firma unica di Meloni. Perché, alla base di questi successi ci sono norme da cui il premier ha sempre preso le distanze: dal Jobs Act alla fatturazione elettronica, proprio come fatto notare dallo stesso Matteo Renzi in Aula.
E quanto al contrasto dell’immigrazione illegale, i miglioramenti sono arrivati sì, con accordi siglati con l’Ue, ma senza mai diventare collante tra Meloni e il suo elettorato. Così come la prudenza sui conti pubblici: elemento oggettivo di ottimismo per il Paese ma dalla reputazione controversa per un elettorato diffidente da mosse ad hoc per assecondare le agenzie di rating. L’adagia andatura, poi, si vede anche nell’Atlantico dove si cerca di allontanarsi da Washington ma senza perdere il posto in porto, nonché in Europa, dove ancora non si spicca per coraggio nel portare avanti il cambiamento.
Insomma, quanto serve rivendicare quando resta la zavorra di una domanda che richiede una sincera risposta? Ovvero,può un governo rosolato, con una maggioranza in fase di riassetti interni, una coalizione stabile ma scollata,far fronte alla spinosa fase in cui ci si trova oggi? Forse no. Ma per ora, il premier preferisce guardare a fine legislatura, correndo il rischio di cavalcare l’onda di un’economia che inizia ad assumere segnali negativi,senza equipaggio né barca adeguate.
Quel settembre 2027 resta allora il Capo Horn anche se l’autunno 2026, (non prima, perché a Meloni l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia della Repubblica, le gusta assai), potrebbe diventare approdo sicuro in caso d’emergenza di elezioni anticipate. Purtroppo far passare diciotto mesi prima di andare alle urne, significarischiare di sfilacciare più consenso al centrodestra di quello che perderebbe facendo saltare la maggioranza. Andando a minare economia del Paese e il suo futuro.
Meloni ne è consapevole, ne ha masticata di politica per non rendersene conto e sa anche che nel voto anticipato potrebbe trovare una sponda daElly Schlein. Per la dem sarebbe estenuante, con poco tempo per andare al voto, apparecchiare primarie di coalizione. Quindi sparare le migliori cartucce per la premiership sulla base dell’eventuale consenso ottenuto dal Pd alle elezioni sarebbe infinitamente più proficuo che misurarsi alle primarie con Giuseppe Conte.
Eppure il premier trova il coraggio per rischiarsela nel mantenere in vita il governo anche con difficoltà, piuttosto che trovarlo per andare al voto anticipato. L’importante che ci sia lucidità: sapere che tutto ciò che è accaduto negli ultimi 20 giorni, potrebbe essere solo la punta dell’iceberg erestare bloccati in bonaccia è l’ultima delle condizioni in cui ci si dovrebbe far trovare. Ma insomma, il buon marinaio si riconosce nella tempesta.
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