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Meloni: ‘Completerò la legislatura. Opposizione dialoghi o legge elettorale a maggioranza’

Nella conferenza di inizio anno, la presidente del Consiglio evita i toni della propaganda e parla delle cose realizzate e di quelle, come la sicurezza, su cui riconosce che si deve fare di più. Magnanima con gli alleati: riconosce a Tajani di aver fatto “miracoli” alla guida di Forza Italia e difende Salvini dalle accuse di filo-putinismo. Sulla legge elettorale si rivolge a Schlein: approvarla conviene a lei più di tutti. Non crede all’occupazione militare della Groenlandia da parte di Trump e conferma: a fianco di Kiev, ma mai soldati italiani sul terreno. D’accordo con Macron: serve un inviato speciale dell’Unione europea per dialogare con la Russia, Da Mosca arrivano apprezzamenti.

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Non era scontata la scelta, ma alla conferenza di fine anno – trasformata in quella d’inizio – Giorgia Meloni ha optato per un linguaggio prudente, come di chi cerca il dialogo, con l’opposizione e il Paese, consapevole delle difficoltà che la attendono nel lungo finale di legislatura. Sulla politica estera (terreno su cui si muove con l’abilità che molti le riconoscono) non ha avuto problemi a confermare la linea seguita sull’Ucraina: l’Italia resterà a fianco di Volodymyr Zelensky ma nessun soldato italiano sarà inviato se e quando ci sarà un cessate il fuoco. Diverso, invece, l’approccio sulla tregua sempre malferma fra Israele e Hamas. In quell’area l’Italia vanta una presenza storica (dalla prima spedizione in Libano, all’inizio degli anni Ottanta, a quella più recente, Italcon, del 2006) e il governo è pronto a partecipare, sotto l’egida dell’Onu, a una futura forza di peacekeeping per monitorare un accordo che può essere davvero un punto di svolta nelle secolari guerre arabo-israeliane.

     La conferenza stampa è scivolata via senza impennate particolari. La breve contestazione iniziale, quando è stato srotolato uno striscione della FNSI per lamentare la mancanza da 10 anni del rinnovo contrattuale dei giornalisti, è rientrata con l’assicurazione della presidente di fare opera di moral suasion con gli editori ma ricordando anche l’estraneità del governo da una vicenda che riguarda un settore privato di contrattazione. È stata notata l’assenza della consueta raffica di battute, pronunciate nella familiare calata romanesca, a conferma forse di uno spirito diverso dal passato nei rapporti con la stampa, elogiata per la centralità che essa occupa in un sistema democratico. Parole in qualche modo inconsuete, pronunciate da chi è stata accusata di evitare le domande.

     Per stare alla sostanza, Meloni sì è confermata abile nello schivare domande dirette (poche per la verità), e a suo agio sui dossier internazionali. Non ha sorpreso la sua apertura alla ripresa di un dialogo Ue-Russia. Si è limitata a sfruttare l’assist venuto da Macron il quale aveva sollecitato la nomina di un inviato speciale dell’Unione europea nel negoziato con la Russia. La circostanza consente a Meloni di prendere due piccioni: da un lato dare soddisfazione a Matteo Salvini (difeso dalle accuse di filo-putinismo), e, dall’altro lato, di inserirsi meglio nel concetto europeo per sottrarsi così dall’accusa di vassallaggio a Trump. Per ora siamo agli auspici, certo è che ove mai dovesse arrivare la nomina di un inviato europeo da inserire nel negoziato in corso fra Russia e Stati Uniti si capisce che sarebbe una novità di non poco conto. L’Ue è dal giugno scorso il principale sostenitore finanziario dell’Ucraina e sarebbe del tutto normale avere un posto al tavolo negoziale mentre appare del tutto animala la sua assenza.

     Su un punto Meloni ha ritrovato il tono asseverativo, se non proprio apodittico, quando a una domanda sulla legge elettorale ha spiegato di credere nel confronto con le opposizioni, con le quali ci sono già stati contatti. A una condizione: dal confronto devono scaturire decisioni e accordi e non può finire affogato nella melina parlamentare perché in tal caso la maggioranza farà da sé.

     È sulle difficoltà dell’economia che Meloni ha dovuto affidarsi ai toni della propaganda per aggirare i dati in chiaroscuro che emergono dalle diverse statistiche. Si è difesa sulle pensioni, per le quali sono stati evitati inasprimenti socialmente poco tollerabili. Ha premuto molto sull’occupazione e sui dati sicuramente positivi forniti qualche giorno fa dall’Istat. Anche se da quelle stesse statistiche – e Meloni lo sa bene – emergono ampie aree di sofferenza legate al cosiddetto “lavoro povero”, ai contratti pirata tanto in voga nelle piccole e nelle micro imprese con lavoratori impiegati otto ore ma pagati per quattro. C’è una vasta area sociale del Paese che sfugge ai monitoraggi periodici dell’Istat e di altri istituti, e si tratta di almeno 4,5 milioni di lavoratori.

     Più scontate sono apparse le risposte (e le domande) sulle sue ambizioni quirinalizie. Ne emerge una cornice in cui la stabilità si conferma l’asset più importante del governo e lo sguardo indulgente se non proprio benevolo verso i suoi alleati (Tajani è stato “miracoloso” con Forza Italia, con Salvini diverse visioni sull’Ucraina ma mai risse) non cancellano l’impressione di un esecutivo che ritiene di avere ben eseguito i compiti assegnati e ben impostato quelli da fare. Meloni si promuove per quel che ha fatto e cerca ora la spinta propulsiva per fare quel che ha promesso (premierato, autonomia). Riuscirci è una bella sfida. Avere il tempo è una sfida ancora più temibile.

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