Maggioranza e opposizioni guardano al voto del 2027. Se arriva la proporzionale, previste forti scosse

Nessuna crisi di governo è alle porte, ma il livello di coesione si abbasserà per tutti, governo e opposizione. La legge di bilancio ha offerto un assaggio di quello che aspetta Meloni. Il decreto sull’Ucraina, in programma al prossimo Cdm del 29 dicembre, non potrà essere annacquato oltre un certo limite senza mettere a rischio la credibilità dell’Italia in Europa. L’arrivo della proporzionale (salvo ripensamenti dell’ultima ora) sarà il gong di una competizione di tutti contro tutti. Con esiti al momento imprevedibili

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Anche quest’anno, come tutti gli anni, la legge di bilancio sarà approvata all’ultimo minuto utile. Come ha detto Giorgetti, è stato un percorso “tortuoso” ma per arrivare in vetta non ci sono altre vie. Tutto è bene ciò che finisce bene? In apparenza è così, ma qualcosa si è incrinato. Nella maggioranza come nelle opposizioni. Il 2026 è un anno pre-elettorale e molte cose fin qui date per ovvie e scontate, potrebbero esserlo molto meno o addirittura cambiare completamente di segno. Vediamo di capire un po’ più da vicino quali sono le possibili linee evolutive dell’attuale scenario politico.

La quarta legge di bilancio del governo Meloni sta andando in porto, vale circa 22 miliardi (cioè l’1% circa del Pil 2025) ma ha lasciato qualche strascico nel centrodestra. L’improvvisatore alzata di scudi della Lega sulle finestre pensionistiche ha assunto questa volta una dimensione e un vigore che mancavano alle precedenti impennate del leader leghista. Il senatore Claudio Borghi, portavoce delle intenzioni del leader quando sono bellicose, ha ammonito gli alleati: è tornato il “celodurismo” dei tempi di Bossi e la Lega sarà meno arrendevole che in passato. Meloni ha dovuto “incassare” e di fronte allo scarto dell’alleato si è rimessa nelle mani del ministro Giorgetti. Sono tornate così le finestre pensi9nistiche per il 2026 e 2027, con un aggravio sostenibile per i conti dello Stato. Ha colpito più di tutto lo scontro non più sottotraccia tra Salvini e il suo braccio destro Giorgetti.

La domanda, una volta ricomposte le divergenze, è rimasta nell’aria: davvero Salvini sarebbe andato fino in fondo e fatto saltare il banco? L’impressione dice che la tentazione c’è stata ma è rimasta tale. Salvini non può provocare una crisi di governo, sarebbe contraria ai suoi interessi più ancora che a quelli dei suoi alleati. Aveva bisogno di far sentire la voce e di strappare impegni da Meloni che non fossero solo di facciata. Tanto chiedeva e qualcosa ha ottenuto. Rimane da chiedersi: dopo la legge di bilancio tutto tornerà come prima? In questo caso bisogna allargare lo sguardo a un contesto più ampio e ricco di incognite. È chiaro che la stabilità del governo non è solo e tutta nelle mani della Lega. Altrettanto evidente è che la politica è entrata in modalità elettorale e – ci dice l’esperienza – tanto basta perché frizioni o distinguo fino a ieri rimasti sottotraccia d’ora in avanti tenderanno ad affiorare in superficie per appagare l’istinto identitario di ogni partito. Questa spinta, contenuta fino a oggi grazie al sistema elettorale, potrebbe assumere più vigore se il governo deciderà di affrontare la riforma elettorale in direzione di un meccanismo proporzionale. In tal caso la rincorsa identitaria acquisterebbe una forza notevole, tale da rendere problematico il suo controllo.

Nel centrodestra si ragiona da qualche tempo sulla convenienza di un sistema elettorale proporzionale, da completare con un premio di maggioranza per quello schieramento o partito che superi il 40% e con l’indicazione del candidato premier sulla scheda Quest’ultimo aspetto è il più problematico e più esposto sotto il profilo della costituzionalità. Si ricorderà che in passato la Consulta ha espresso più di un dubbio quando Silvio Berlusconi spingeva per avere l’indicazione del premier al momento del voto. Altrettanti dubbi potrebbe sollevare un premio di maggioranza che il centrodestra vorrebbe molto alto: si ipotizza il 55% dei seggi per lo schieramento che superi il 40% dei voti, il che significa un premio del 35-36%. Il paradosso è evidente: si vota con il proporzionale ma con effetti in tutto simili al maggioritario secco del modello Westminster.

Per quanto controversi, questi accorgimenti sarebbero indispensabili per impedire che il ritorno al proporzionale sic et simpliciter non abbia come conseguenza inevitabile la frantumazione dello schieramento di centrodestra e impedisca la nascita di un analogo schieramento – già difficile di suo – a sinistra. Meloni accarezza l’ipotesi del proporzionale con l’ovvia intenzione di impedire la vittoria del centrosinistra nei collegi uninominali previsti dal “rosatellum”, l’attuale sistema di voto. Il dilemma è di fronte al quale si trova è evidente: quale livello di rischio è sopportabile per la destra, se per impedire l’affermazione dell’opposizione nei collegi uninominali si torna a un proporzionale che riaccende la competizione e mette a rischio l’attuale maggioranza?

Non è una scelta facile, per Meloni e neppure per Schlein o Conte. Di fronte a un simile inghippo, la sinistra sembra propensa a frenare ogni riforma elettorale. Schlein più di Conte ha bisogno dei collegi uninominali consapevolezza che è la via migliore per strappare seggi alla destra, soprattutto nel Sud. Si aggiunge un’altra considerazione: con il proporzionale verrebbe sconfessato in modo clamoroso l’inseguimento del Pd ai Cinquestelle e Schlein si troverebbe priva di una soluzione B. Un brutto pasticcio per lei, ma senza l’indicazione del premier sulla scheda e con il proporzionale senza premio di maggioranza sarebbe un pasticcio altrettanto brutto per Meloni.

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