All’uomo politico è concesso di sbrodolare e sentenziare su ogni questione, tanto può sempre negare di aver mai detto questo o quello o, se lo ha detto, di non essere stato capito da giornalisti avventati e superficiali. Al papa, no: lui non può contraddirsi né può cambiare opinione o idea in assenza di un ribaltamento della realtà, di evidenze nette e clamorose tali da prefigurare fatti nuovi e imprevisti.
Altrimenti, la logica di Leone XIV, saldamente ancorata ai dati di realtà e rischiarata dalla luce della fede, segue il suo percorso, lineare e implacabile. Ancora poco abbiamo ascoltato e letto della sua visione sulle cose mondane, molto di più si conosce sulla curva spirituale questo agostiniano colto e civile, ieratico senza apparirlo, ma coriaceo nella difesa dei principi e dei valori che appartengono soltanto al papa.
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Ha sorpreso molti, non i politici che pattinano sulla superficie degli eventi alla ricerca della posizione mediatica più vantaggiosa, leggere le parole pronunciate. da Leone dopo l’incontro con Zelensky. “È irrealistico un accordo senza l’Europa”, ha detto senza affidare questo pensiero a una nota o a un portavoce. Ha scelto di dirlo lui, in persona. Perché assume un peso diverso un pronunciamento tanto chiaro e netto. Irrealistico. Un aggettivo che, da solo, inchioda Vladimir Putin e Donald Trump alla irresponsabili qui mostrata nel voler escludere l’Unione europea.
Irrealistico, detto dal papa, è un aggettivo impegnativo, addirittura iperbolico collegandolo a una guerra e alla ricerca della sua conclusione. Leone XIV è entrato quasi in tackle nelle pastette fra Mosca e Washington per tenere l’Unione europea fuori la porta. Il dileggio quotidiano, il disprezzo quasi ostentato riservato da Trump al Vecchio continente ci appaiono all’improvviso in tutta la loro velleità, perdono di senso di fronte al monito di Leone. I due autocrati sono “irrealistici”, vivono dunque fuori dalla realtà di cui ritengono di poter fare a meno avendo riservato a se stessi il diritto di manipolarla a piacimento, disegnarla secondo le loro proprie esigenze e nel totale disinteresse altrui.
Appena qualche settimana fa Leone XIV ha sorpreso un po’ tutti declinando l’invito a pregare rivoltogli dal muezzin durante la sua visita alla Moschea Blu di Istanbul. Il papa ha rispettato tutte le regole, entrando scalzo come impone il luogo, ma alle insistenze del muezzin ha risposto che lui preferiva raccogliersi in religioso silenzio e nel pieno rispetto di quello spazio sacro. Quando martedì 9 dicembre un vaticanista un po’ sprovveduto è tornato sulla vicenda, Leone ha liquidato il tutto con un’osservazione semplice: “Preferisco pregare in una chiesa cattolica alla presenza del Santissimo Sacramento”.
Qualcuno potrà pensare a un approccio dogmatico e settario sulla separazione delle fedi, una ripulsa del dialogo interreligioso. Niente di tutto questo traspare dalla calma con cui il papa ha replicato alla domanda. Viene piuttosto da pensare all’intenzione di attenuare quella forma di globalismo religioso, di omologazione delle fedi (sono tutte uguali, e lo sono sicuramente perché in ogni fede si illumina la dignità della persona), ma se sono cattolico non offendo nessuno se mi raccolgo in preghiera in una chiesa cattolica.
È più una scelta in chiave pragmatica quella che anima alcune decisioni di Leone. Per tornare alla vicenda ucraina, si può ragionevolmente osservare che il Vaticano è impegnato, come è nella naturale vocazione della sua diplomazia, a smussare gli spigoli di negoziati mai realmente avviati e rimasti fino a oggi allo stato di préalable, con i piani di 28 punti ridotti poi a 19, con le richieste russe trasmesse a Washington e da Washington a Kyiv, bypassando Bruxelles verso cui Putin e Trump rinnovano ogni giorno il loro ostentato disprezzo considerando l’Europa debole e velleitaria. Tutto ciò suscita l’allarme di papa Leone, e non può essere altrimenti. L’idea di imporre il diritto della forza considerando esaurita la stagione in cui era la forza del diritto, sprigionata dal sistema multilaterale, a disciplinare o almeno a contenere le crisi internazionali, non può non allarmare il Vaticano e la sua diplomazia.
A Leone è ben chiara la trama del disegno a cui Mosca e Washington lavorano senza troppi disaccordi: comprimere l’Unione europea, mettere la sordina a ogni velleità politica finì a mortificare una comunità di 27 Paesi tenuti insieme dalla condivisione di valori universali come la libertà e la dignità della persona, la giustizia sociale, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Sono i valori scritti nella carta d’identità della democrazia europea e sono gli stessi in cui da oltre un secolo si riconoscono i cattolici nel mondo. È da questa trama di pensieri e di preoccupazioni che è scaturito il richiamo di Leone a Russia e Usa: irrealistico tenere l’Europa fuori. Parola di un americano a Roma.
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