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Legge elettorale, alla fine si rischia di aggrapparsi al fumo della pipa

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Chi non risica, non rosica. Ma insistere nel rischiare porta anche a scoprire danni, specialmente se ci si muove entro i confini di un governo già in affanno e di un’opposizione già scollata. Dopo la bastonata del No referendario,Meloni prosegue con la legge elettorale, ma sembra polvere pruriginosa negli abiti dei parlamentari. Ognuno a modo suo, i partiti si agitano, cercando di sottrarsi al prurito ma non possono. E forse non vogliono, perché meglio sentire qualcosa che restare seduti nella noia di una stabilità senza anima che sta avvelenando le redini del governo.

Si passa un indice sugli scranni, tracciando un solco nella polvere stratificata, poi un soffio e una nuvola fastidiosa sposta il problema solo di qualche centimetro. Di più non si fa,tutto fuorché trovare un accordoper cambiare effettivamente la legge elettorale.

Modificare l’attuale testo, significa per lamaggioranza favorire stabilità e garantire governabilità. E per l’opposizione, al di là di quanto punti i piedi pubblicamente, la riforma proposta dal centrodestra non è poi così malvagia.

Cos’è quindi che allinea le sponde opposte nel procedere alla modifica? Con due coalizioni che allo stato, secondo i sondaggi, otterrebbero gli stessi consensi,un premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori per lo schieramento che ottiene il 40% dei voti, non può che far gola. A far preferire il formicolio, invece, sarebbe solamente l’obbligo di indicare il nome del candidato premier al momento della presentazione del programma elettorale.

Una previsione inserita consciamente dalla maggioranza, sia per superare la possibilità di presidenti del Consiglio tirati fuori dal cilindro come conigli all’ultimo minuto, nonché pergettare petardi nel campo avversario.

Un carteggio politico corretto. Basti buttare un occhio tra Campo Marzio e Nazareno, per tastare lo scompiglio generatosi non appena sovraggiunta l’ipotesi diricorrere alle primarie per individuare un leader della coalizioneche si ritroverebbe poi anche candidato premier. E nel caso allora si voglia quella resina appiccicosa di governi tecnici o di larghe intese che si avrebbero con l’attuale legge, inutile anche fare le primarie, tanto non sarebbe nessuno di loro a governare.

Intanto, comunque, anche nel centrodestra non suonano le fanfare: ognuno la pensa a proprio modo. Giorgia Meloni teme il peggio con l’odierno testo e piuttosto che aderire a improbabili coalizioni parlamentari, sa che le converrebbe tornare all’opposizione perché, se la memoria ha un futuro,meglio contrastarli che fare parte di governi tecnici o di larghe intese. A volere la riforma, difatti, è proprio lei con l’obiettivo di evitare il probabile pareggio.

Da Lega e Forza Italia, invece, si marcia con cautela anche se il piede si tiene sul freno. Si levano la polvere dalle spalle a vicenda, e attendono che il prurito passi da solo. Infatti, fuori di taccuino,leghisti e forzisti rovesciano la prospettiva di Meloni, dicendo che èmeglio pareggiare che perdere, visto che ilMelonellum, con il suo premio di maggioranza alla coalizione che maggiormente supera il 40% dei voti, consegnerebbe un vincitore certo. Così come sarebbe certa una sconfitta con meno seggi di quelli che ad oggi si avrebbero.

Al Carroccio si studiano anche gli angoli della proposta eMatteo Salvinisa che l’attuale legge, gli garantisce più seggi grazie ai collegi uninominali. E così, da via Bellerio, si ordina ai leghisti di tenere un basso profilo senza dichiarazioni nel merito della riforma né partecipazione a dibattiti pubblici. In un rigo:né aderire né sabotare. Per l’altro vicepremier,Antonio Tajani, la scelta non è rosea: ormai i fratelli Berlusconi gli giungono anche in sogno.

Intanto, in Aula si rincorrono i desideri di Meloni di instaurare undialogo su un testo apertoa modifiche con la massima disponibilità al confronto. Mal’opposizione fa picche e gioca alla rimessa, sicché il lavoro sporco lo faccia la maggioranza, per salire sul carro dei vincitori al momento opportuno.

E così, l’inghippo è bell’e pronto: si agita strumentalmente il voto di preferenza che non piace a nessuno, con la speranza che il centrodestra lo confischi. Per poi incrociare le braccia fomentando le piazze ma inforcandosi tra loro. In questa cornice spinata, infatti, la segretaria del Pd,Elly Schlein, sorride ad una possibile vittoria piena, perché meglio di un pareggio. E nasconde il sorriso sotto i baffi sostenendo che la proposta della destra fissa un premio con il quale la maggioranza “può quasi eleggersi da sola il capo dello Stato”.Insomma,contiene un antipasto di premierato“. Mentre, all’avvocato del popolo di Volturara Appulaandrebbe bene tutto e il contrario di tutto. Dipende da chi dice cosa.

E così,a restare insolute sono le preferenze, che la riforma non prevederebbe, ma che FdI reclama. Il vero grattacapo però è un altro. In fondo al tunnel della legge elettorale, infatti, bisogna strizzare gli occhi per riuscire a vedere se esiste la volontà effettiva di portare l’iter a termine nonostante le tempistiche già scadenzate, e che ha prefissato il primo via libera alla nuova legge entro la pausa estiva. La speranza allora è che la riforma non si riveli, per dirla con Claudio Ranieri,il fumo dell’ennesima pipa a cui Meloni possa aggrapparsi.

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