Avremo 6000 infermieri e 1000 camici bianchi in soccorso dei colleghi stremati da anni di vuoto d’organico. Le famiglie avranno la loro quota aggiuntiva di risorse, stimate in 1,6 miliardi e le tasse sui lavoratori il cui reddito è compreso fra 28 mila e 50 mila euro saranno più leggere (o meno pesanti, dipende sempre dai punti vista). E poi altri benefici – più corposi – per le imprese alle quali andranno 8 dei 18,7 miliardi della manovra. Per loro è stata ripristinata Industria 4.0 e rifinanziata la Nuova legge Sabatini (1,7 miliardi nel triennio, ma era già stata rifinanziata l’anno scorso) che offre prestiti più che agevolati alle piccole e micro-imprese per l’acquisto di macchinari e l’innovazione tecnologica.
L’entità della manovra non è tale da spellarsi le mani, ha un pregio che le va riconosciuto: è selettiva e concentrata dal lato della spesa, lascia scoperte alcune voci, è normale, ma le poche risorse disponibili non sono disperse nei mille rivoli a cui ci avevano abituati gli appetiti dei partiti. Non c’è un vincitore nella maggioranza, a ciascuno dei tre soci sono state riconosciute almeno in parte le proprie ragioni. Forza Italia potrà essere soddisfatta per la mancata tassazione extra del sistema bancario (la famiglia Berlusconi un po’ meno perché Mediolanum dovrà comunque contribuire); la Lega vede accolta la richiesta di un contributo straordinario delle banche (Tajani e Salvini esultano per la stessa misura, segno che deve essere rimasto un equivoco di fondo sulla natura di quel contributo). Fratelli d’Italia fa sintesi della soddisfazione degli alleati e mette il suo cappello su un provvedimento che rende l’Italia il più “frugale” fra i Paesi frugali.
Leggi Anche
Giancarlo Giorgetti svetta in queste ore come il più occhiuto fra i guardiani dei nostri conti. Talché la manovra di bilancio reca la sua impronta come a nessun ministro dell’Economia era riuscito prima di lui. Per la verità, a Giorgetti va riconosciuta una coerenza di fondo che precede di gran lunga questa legge. Da ministro dello Sviluppo economico nel governo di Mario Draghi, non mancarono prove di avvedutezza economica e saggezza politica. Ai tanti che lo apprezzano per il suo rigore e l’avarizia di interviste, e si chiedono che cosa ci faccia uno come lui in un partito di teste calde come la Lega, è facile rispondere che Salvini se lo tiene ben stretto perché è l’unica carta rimasta per non perdere l’ultima oncia di credibilità. Giorgetti è così: chi lo conosce sostiene che da il meglio di sé nelle lunghe ore che passa sulle rive del lago di Varese con la canna da pesca in acqua, mai tesa per un pesce abboccato. I pesci non abboccano per la ragione che Giorgetti, fedele apostolo di ogni umana riservatezza, non gli dà confidenza.
È sorprendente come a metà della conferenza stampa per illustrare la manovra di bilancio, Giorgia Meloni si sia alzata con disinvoltura per lasciare Giorgetti, solo, ad affrontare i giornalisti. Chi meglio di lui è in grado di spiegare l’architettura di una manovra costruita nel segno del rigore nascosto nel doppio fondo di una scatola che ad aprirla presenta ricche misure di sostegno a famiglie, sanità, lavoratori dipendenti? Non Giorgia Meloni, fino a ieri tenace avversaria dell’austerità Made in Ue. Non Tajani, erede suo malgrado dell’entusiasmo di Berlusconi. Meglio tacere di Salvini. Lui, Giorgetti, è il solo fra i leghisti che ha attraversato i territori più impervi della politica. Da sottosegretario per pochi mesi nel Berlusconi II, a ministro con Draghi e ora con Meloni.
Eccola, allora, la manovra modellata da Giorgetti con la sapienza di chi sa che cosa vuol dire stare in Europa e quanto è meglio tacere piuttosto che procurarsi la benevolenza altrui con promesse impossibili. Senza di lui, l’Italia non avrebbe mai accettato la riforma del Patto di Stabilità. Senza di lui, la riforma Fornero davvero sarebbe stata ribaltata invece di ritrovarla, 13 anni dopo, ancora più severa. Il segretario della Lega è sempre lo stesso. Salvini guidò la protesta cialtrona contro la professoressa Fornero, fino a spingersi sotto casa. Ora è sempre lui ad accettare di inasprire quella riforma. Si fa per dire della pochezza morale e politica dell’uomo.
Giorgetti è sempre lì, immutabile e imperscrutabile. Sulla sua corazza di serenità si colgono i segni dell’inquietudine in cui è costretto a vivere il timoniere della finanza pubblica. La manovra, sostiene Meloni in compagnia di Nietzsche, dà più di quel che promette. È da chiedersi se le conseguenze dei dazi siano anch’esse superiori ai timori troppo presto rimossi. Istat ha certificato ad agosto un crollo del 20% delle nostre esportazioni, gran parte del crollo è verso gli Stati Uniti. E la bilancia commerciale, tornata positiva da quasi cinque anni, è una voce cruciale del nostro Pil.
Non c’è la crescita, lamenta un osservatore attento come Antonio Misiani, responsabile economico del Pd. È vero: ma in un’Europa che arretra, se stai immobile hai la sensazione di essere in crescita più degli altri. È un effetto ottico, perché anche l’Italia viene da 31 mesi su 34 negativi in termini di crescita. La manovra assomiglia molto all’aspirina che si prende ai primi sintomi del raffreddore. Facendo gli scongiuri perché un banale raffreddore non sia l’avvisaglia di una polmonite.
© Riproduzione riservata


