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Italia Bosnia: NOTTE TRAGICA inseguendo un goal

Si è celebrato ieri sera allo stadio Bilino Polje di Zenica il funerale del Calcio Italiano, la cronaca di una morte annunciata da tempo. Davanti alla disfatta tutti i responsabili di questo disastro vogliono restare incollati alla poltrona e chissenefrega se siamo alla terza esclusione consecutiva dai Mondiali. Il fallimento definitivo di un sistema malato grava sui diciottenni di oggi, quelli che non hanno vissuto le sensazioni regalate ad un intero Paese dalle magie di Bruno Conti, dalle palle messe nel sacco da Pablito Rossi e da quell’urlo liberatorio di Marco Tardelli capace di unire i cuori di tutti gli italiani del mondo. E mentre una Generazione non ha mai visto un Mondiale con l’Italia tra le protagoniste, i palazzi del potere restano immobili e insensibili a questa tragedia più sociale che pallonara

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Italia Bosnia, notte tragica inseguendo un goal che non è arrivato. E cosìil silenzio che è calato ieri sera allostadio “Bilino Polje” di Zenicanon era quello del rispetto, ma quello gelido della pietra tombale. Il risultato di1 a 1 al termine dei tempi supplementariera maturato in un’atmosfera spettrale e il triplice fischio dell’arbitro francese Clement Turpin sanciva ufficialmente l’ennesimo, inaccettabile fallimento: l’Italia è fuori dai Mondiali 2026.

Per la terza volta consecutiva, la nazionale quattro volte campione del mondo guarderà la massima rassegna calcistica dal divano. Non è più un caso, non è più sfortuna, non è più colpa di un rigore sbagliato o di un arbitro ostile. È il collasso di un movimento che ha smesso di produrre calcio e ha iniziato a produrre solo poltrone e rimpianti.

Italia Bosnia e la Generazione “Mondiale Zero”: i diciottenni che non sanno cos’è l’Azzurro

C’è un dato che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque sieda nelle stanze dei bottoni di via Allegri:un ragazzo che oggi compie 18 anni non ha mai visto l’Italia giocare la fase finale di un torneo Mondiale. L’ultimo segno di esistenza in vita risale al 2014, quando la nostra nazionale chiuse miseramente ai gironi di qualificazione il suo mondiale brasiliano. Venivamo dalla precedente finale europea persa in finale contro la Spagna. Ricordare che in quella formazione giocavanoi Buffon, i Bonucci, i Pirlo, i Marchisio e poi Balotelli, Cassano e Immobile, lascia ancora più disarmati i tifosi azzurri, quelli che erano abituati a cantare l’inno nazionale con la mano sul cuore, che significava piena sintonia con i ragazzi in campo. L’allenatore Prandelli presentò le proprie dimissioni dopo due ore dall’eliminazione: passarono il turno il Costa Rica (7 punti) e l’Uruguay (6punti). Era il tempo degli italiani con le palle quello del nostro diciottenne che all’epoca aveva solo sei anni: troppo pochi per capire cosa fosse la dignità delle dimissioni, abbastanza però per dimenticare.

Per questa generazione,la Nazionale non è l’urlo di Tardelli o il cielo azzurro sopra Berlino. È piuttosto un’entità astratta, un brand sbiadito che vince qualche amichevole inutile. Una Nazionale che sbatte puntualmente il grugno e ciò è una vera e propria tragedia per chi la tifa. I ragazzi di oggi non seguono le partite perché non hanno memoria storica. Per loro, il calcio è quello dei club, delle stelle straniere, delle clip su TikTok e delle carriere su FIFA. Purtroppo, i nostri giovani tifosi non sentono più attaccamento per la maglia azzurra, perché gli è stata scippata da dodici anni per manifesta incompetenza gestionale. Come possiamo pretendere che un adolescente si emozioni per un inno nazionale che non è più accompagnato dal sogno di correre per vincere una coppa? Dobbiamo prendere atto che il legame ancestrale tra il tifoso e la squadra è stato reciso. Restano il padel, il tennis e una televisione spenta quando gli azzurri scendono in campo.

La Federazione Italiana Giuoco Calcio e un potere che governa il nulla

Mentre il Titanic Italia affondava a Zenica, l’orchestra dei vertici federali continuava a suonare. Sono gli stessi che promettevano riforme necessarie e forse saranno ancora gli stessi che cercheranno di infinocchiarci promettendo progetti a lungo termine.

Non si rendono conto i vertici federali che il lungo termine è arrivato e si presenta nella sua forma di baratro. Chi ama la maglia Azzurra da una parte e chi la governa sempre proteso ad esercitare l’autoconservazione, costi quel che costi.

Italia Bosnia e il paradosso del Como che uccide l’Azzurro e non entusiasma i nostri ragazzi

Oggi, guardando le macerie della Nazionale dobbiamo avere il coraggio di essere feroci:il Como è la prova provata del fallimento del sistema calcio italiano.

Mentre ci si riempiva la bocca di investimenti stranieri e visione internazionale, la realtà del campo ci sputa in faccia il caso diEdoardo Goldaniga, calciatore italiano del Como. Un nome, un solo uomo, impiegato per un solo misero minuto. Il resto delle presenze è stato tutto a favore di giocatori stranieri. Il Como è lo specchio deformante della nostra Serie A: una macchina da soldi che non lascia alcuno spazio al talento locale.

Se le realtà più sane e nuove del nostro calcio decidono cheil calciatore italiano è solo un peso burocratico da confinare in panchina fino al 90°, come possiamo pretendere che la Nazionale sia competitiva? L’architettura del Sistema Calcio ha creato un mostro: così, abbiamo club che funzionano come aziende, ma che hanno reciso ogni cordone ombelicale con il territorio e con la produzione di talento nazionale. Il Como ha tracciato la strada per essere vincenti e ciò ignorando totalmente l’esistenza dei calciatori italiani. E questo è l’inizio della fine.

Quindi l’apparato federale non può archiviare la disfatta con la Bosnia come un incidente di percorso.Diciamolo forte e chiaro: la sbornia che abbiamo preso in Bosnia è l’ultima chiamata per una rivoluzione che non può più essere rimandata. Chi ma la Maglia Azzurra pretende facce nuove, competenze vere e coraggio di ammettere che il modello Italia è fallito.

Rubare il Mondiale a tre generazioni di ragazzi non può lasciare indifferenti, trasformare la passione in indifferenza è nello sport la più grave delle colpe. Basta scuse: dimissioni di massa e costruire un futuro se ne siamo capaci.Altrimenti nel 2030, che è dietro l’angolo, continueremo a chiederci del perché i nostri ragazzi non riescono a gioire e a piangere per un gol azzurroche ci riporti dove meriteremmo di essere.

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