Il mondo più sicuro senza Khamenei   ma Trump non ha le chiavi del futuro

Ci aspettano giorni di bombardamenti sull’Iran ma nessuno può prevedere l’esito della guerra. Come in Venezuela, è possibile che nulla cambi negli equilibri della dittatura teocratica, tranne mettersi al servizio degli Usa e continuare a martirizzare la società civile. Per un vero regime change non si intravvedono forze organizzate di opposizione. Trump contestato da democratici e repubblicani per aver tenuto il Congresso all’oscuro dell’attacco. L’Unione europea è senza voce

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È successo quello che era lecito attendersi da un personaggiocapricious(volubile o imprevedibile, come lo ha definito ilNew Yorker) ma lostrikelanciato il 28 febbraio intorno alle ore 9:15 di Teheran daStati UnitieIsraeleè destinato a fare da spartiacque fra un Medio Oriente stabile nel suo carico di minacce fondamentaliste e un futuro di cui nessuno possiede le chiavi.

Dicevano gli antichi romani che il futuro è sulle ginocchia di Giove, e c’è da credere cheDonald Trumpsarebbe pronto a sostituirsi a quel dio pagano se solo possedesse un pezzo della soluzione per il ”dopo”. Non è così, lo sa Trump e lo sa Netanyhau. Per costruire ilregime changenon bastano i bombardamenti o gli attacchi missilistici dalle portaerei americane che incrociano sul Mar Rosso o al largo dello Stretto di Hormuz.

È necessario mettere“gli scarponi sul terreno”, rischiare vite di soldati americani calpestando la sabbia e arrampicandosi sull’acrocoro dove si trova Teheran. Ma questa è una linea rossa che nessuno presidente (neppure Trump) avrebbe la forza di valicare.

Gli iraniani sopravvissuti alla primavera del 1979, al rientro di Ruollah Khomeini, portano nell’anima (e molti nel fisico) le ferite di questi 47 anni di regime spietato e sanguinario. Quelli nati dopo quell’anno, invece, hanno potuto ascoltare i racconti degli anziani sulla vita in Iran prima di Khomeini. E hanno potuto comprenderla meglio con l’arrivo del web. Difficile capire se esista e di che genere sia una qualche saldatura fra generazioni tanto diverse di uomini e donne, quali attese e speranze possano unirli nella ricerca di un futuro possibile. Non basta il rifiuto della dittatura per entrare nel giardino della democrazia. Serve procurarsi gli attrezzi e le conoscenze adeguate per governare quel giardino. Non basta l’eliminazione fisica di Ali Khamenei per voltare pagina e restituire agli iraniani il controllo del proprio destino.

LeGuardie rivoluzionariee ipasdaransono qualcosa di più esteso e ramificato nella società iraniana. La loropresenza pervasivain ogni settore della vita – nell’economia, nella finanza, nell’industria e nella pubblica amministrazione – rendono quanto mai complicato riconoscere e far emergere le istanze di libertà e la fame di diritti che vivono impigliati in un potente apparato repressivo e spesso si confondono con esso.

Per esempio: l’opposizione di popolo alla repressione della teocrazia ha riempito le piazze nel mese di gennaio e le immagini tragiche delle migliaia di morti nelle piazze di Teheran, Isfahan, Tabriz ci hanno detto del desiderio di una generazione di liberarsi di quel regime. Non ci hanno mostrato in nessun caso l’esistenza di un’opposizione organizzata, di un movimento o qualsiasi altra cosa fosse paragonabile a un partito politico. Chi vive in Occidente sa che è difficile immaginare una democrazia senza l’organizzazione ordinata del consenso come pure del dissenso. La democrazia che si immagina per Teheran assomiglia per il momento a una grande onda emotiva, al rifiuto di ciò che è stato senza però avere un’idea chiara su ciò che sarà o potrebbe essere.

Trump non ha idea di che cosa potrà essere l’Iran del dopo Khamenei. Sa invece che cosa lui non potrà spingersi a fare: mettere gli “scarponi sul terreno” con il rischio di trovarsi in un pantano (America’s risk in quagmaire,è stata la prima analisi a caldo suForeign Affair).“Pochi rischi, scarso guadagno”, dice un adagio popolare ben noto agli americani. Senza rischiare la vita dei soldati americani, e in assenza di un’opposizione interna organizzata, sulla partita del“dopo”si allunga l’ombra di una“soluzione venezuelana”. In sostanza, fatto saltare il tappo di Khamenei e privato il regime della potenza simbolica del personaggio, le Guardie della rivoluzione potrebbero accettare di adeguarsi alla realtà e conservare il regime alle condizioni che Trump e Netanyahu saranno in grado di imporgli.

Una simile conclusione lascerebbe nello sconforto i democratici nel mondo. E neppure metterebbe tranquillità nell’establishment israeliano, quello attuale e quello futuro. Per andare oltre e immaginare l’affermazione piena di uno Stato di diritto, del rispetto della libertà individuale e dei diritti umani, comporta una scossa tellurica che soltanto la società iraniana può provocare.

Trump ha potuto riaffermare la sua visione del mondo fondata sul diritto della forza. Lo ha fatto sfidando il Congresso, non informato della guerra come prevede la Costituzione americana, e le critiche di democratici e repubblicani oltre a mezza rivolta del mondo Maga da sempre ostile all’interventismo bellico. Anche The Donald deve fare i conti con le contraddizioni che emergono e divorano giorno dopo giorno la quota dei consensi.

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