E’ allo specchio per fare il nodo alla cravatta. Dopo aver aperto l’armadio e aver scelto, tra giacche di velluto a coste rigorosamente quattro stagioni, la sua toga. Nicola Gratteri sta per concedersi ai microfoni del Corriere della Calabria quando si accorge di aver finito le personalità da usare per confondersi tra “quelli dalla parte giusta della storia”.
E così, decide di uscire di casa vestito in gratterismo. Un cambio look talmente azzardato che anche la scorta stenta a riconoscerlo. Invece, dopo anni di apparizioni sotto traccia, strati di “non scuse” accumulate, e soprannomi come il giudice “solo”, Gratteri non è mai stato così Gratteri.
Continua a guardarsi, e nello specchietto della macchina si aggiusta le sopracciglia ma, accecato dal terrore che al referendum possa passare il Sì senza di lui, annuisce compiaciuto e decide che con la sua intervista manderà all’aria decenni di ricami togati, nonché ridurrà in cenere la campagna referendaria per il No.
Avrebbe potuto (e dovuto) spiegare il voto con argomenti, come ci si aspetta che faccia un magistrato della sua caratura, invece ha preferito redigere una lista di proscrizione. Ha dichiarato senza filtri o mezzi termini che chi vota Sì è un pregiudicato, un indagato, un mafioso, un massone deviato. Chi vota No, com’egli farà, è un intoccabile. Purtroppo, non è stato strumentalizzato, come ha cercato di ritrattare, ma è semplice comprensione del testo con rigor di logica.
Troppa la foga, il tempo che scorre e quei 22-23 marzo che si avvicinano. Ha svelato le carte del metodo Gratteri. Ovvero intimidazione alla “vi vedo, vi ricordo, so chi siete” delegittimando parte di elettorato e di colleghi, e trasformando un referendum in una duello morale.
È la solita politica che vuole impadronirsi della magistratura o i magistrati che vogliono impadronirsi della politica democratica? Oppure semplice scesa in campo di Gratteri? Sì, perché il procuratore di Napoli tra un anno e mezzo potrà lasciare la magistratura e tuffarsi nella politica.
Intanto, le sue parole piombano sui media e mentre fanno saltare sulle sedie schieramento governativo e d’oltre scranno nonché colleghi, ci si rende conto di quanto siano state la cartina tornasole. Come il principio stesso della terzietà del magistrato sia stato rimosso dalla coscienza oltre che dalla deontologia. Insomma, che non c’è differenza tra indagati, imputati e colpevoli, e che con la presunzione d’innocenza e il terzo grado di giudizio ci si gioca a bocce.
Quindi, lo sceriffo di Gerace dagli stivali speronati in appena 20 secondi della sua intervista avrebbe anche fornito materiale sufficiente ad aprire un dibattito sul garantismo costituzionale e su quale visione di fondo della giustizia ci sia nel gratterismo.
Il capo di una procura della Repubblica con una visione così plastica e superficiale dei perbene e dei permale, con un pregiudizio così negativo degli indagati da ritenerli allo stesso livello degli ‘ndranghetisti, e con una totale incapacità di ammettere i propri errori, è contemporaneamente acido corrosivo e balsamo emolliente. L’inquietitudine di finire in tribunale dinanzi al suo giudizio e il boomerang per il fronte del No.
Gratteri mostrandosi senza veli ha superato il provino come testimonial del Sì. Ha dimostrato di emettere sentenze da pm ancor prima che i reati si consumino, provando così la necessità della separazione delle carriere. Non perché ai magistrati sia vietato avere opinioni, ma perché la forza della loro funzione risiede squisitamente nella sobrietà, nell’equilibrio, nella consapevolezza del peso delle parole.
Certo è che qualunque voto si voglia dare, deve restare intatta la libertà di farlo senza sentirsi nel Grande Fratello di una procura. La libertà non ha bisogno di giustificazioni e un referendum non può essere visto come il giorno del Giudizio universale dei cittadini.
E potrebbe essere altrettanto certo che in quel “verminaio correntizio, mercato delle vacche” della magistratura, Gratteri sia rimasto di tanto in tanto impantanato. Alzate scudi in sua difesa, ma soprattutto difendetelo da se stesso.
© Riproduzione riservata












