Gli ostaggi ebrei dimenticati e il ritorno inquietante dell’antisemitismo

Storie di fame, torture, droga, soffitte buie raccontate dai bambini israeliani rilasciati da Hamas: davanti a questi racconti non è azzardato paragonare la loro situazione a quella degli ebrei nei lager

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I racconti dei bambini israeliani rilasciati da Hamas sono devastanti: hanno sofferto la fame, sono stati drogati, gettati in tunnel umidi e buie soffitte, oppressi e picchiati dai loro rapitori o da folle di invasati.

Sono stati marchiati a fuoco sulle gambe con i tubi di scappamento delle moto in modo che potessero essere identificati se avessero cercato di scappare, sono stati costretti a guardare i terrificanti video delle atrocità nei kibbutz… Avevano lividi e pidocchi, per più di 50 giorni non hanno visto la luce del giorno, perdendo la nozione del tempo, hanno bevuto acqua fangosa o salata, i feriti non sono stati curati. Molti sono stati abusati sessualmente. Due gemelle di tre anni sono state separate l’una dall’altra e dai loro genitori.

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Sono come fantasmi – ha detto un pediatra psicologo che li segue – soffrono di una depressione grave in misura mai vista prima, camminano lentamente, scoppiano a piangere se vedono un estraneo, temono ogni rumore”. Poiché non era mai successo niente di simile nella storia dell’umanità gli stessi psicologi si sentono impotenti. I bambini piccoli si chiudono in sé stessi, non dormono, alcuni non hanno più un’idea del tempo, non sanno quanto sono rimasti prigionieri.

La storia di Abigail, quattro anni, è terrificante: i terroristi le hanno ucciso i genitori davanti agli occhi, lei è riuscita a fuggire ma poi è stata portata a Gaza con una donna e i suoi tre figli. E’ rimasta senza nessuno, e chissà come potrà crescere dopo un simile choc, probabilmente dovrà essere curata per tutta la vita. I medici hanno accertato che Hamas ha sedato gli ostaggi prima di consegnarli alla Croce Rossa per il rilascio, per “farli sembrare calmi e sereni” davanti alle telecamere benché avessero subìto 50 giorni di prigionia, abusi fisici, privazioni e terrorismo psicologico.

Ebbene, a fronte di questi racconti che non è azzardato paragonare alla situazione degli ebrei nei lager, diventa assordante il silenzio dell’Onu sulla sorte degli ostaggi: il segretario generale Guterres non perde occasione per condannare Israele ma si guarda bene dal ricordare la causa scatenante di questa guerra, ossia il pogrom del 7 ottobre.

Onu, guerra Israele-Hamas
Onu, guerra Israele-Hamas

La liberazione degli ostaggi dovrebbe essere al primo punto nell’agenda delle organizzazioni umanitarie, ma non è politicamente corretto preoccuparsi della sorte di cittadini ebrei, è più redditizio urlare nei cortei lo slogan della “Palestina dal fiume al mare”, e c’è da chiedersi com’è stato mai possibile il ritorno così massivo dell’antisemitismo. In che Italia viviamo se invece di prendere le difese di donne e bambini violentati si scende in piazza per inneggiare ai tagliagole di Hamas, e se l’unica manifestazione contro l’antisemitismo (a parte quella meritevole del Foglio) è quella organizzata dalla comunità ebraica?

Siamo tornati a ottant’anni fa, gli ebrei devono di nuovo proteggere i loro luoghi di culto e le loro scuole… parlano sottovoce in ebraico perché hanno paura di essere riconosciuti.
Purtroppo ha ragione la senatrice Segre: è stato tutto inutile. Si diffonde la sensazione che l’unico posto per vivere da ebrei sia ormai Israele. A questo punto siamo: agli ebrei che non sono più al sicuro neppure negli Stati Uniti, dove i grandi atenei li discriminano.

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Primo Levi ne “L’asimmetria e la vita” scrisse che “Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia”, indicando i sintomi della malattia nel disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea “di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea”.

Dall’Europa, poi, arrivano sempre più segnali che il pericolo non è ancora passato e che teorie razziste e xenofobe stanno riconquistando dignità di pensiero e di opzione politica con un denominatore comune: il negazionismo del genocidio degli ebrei, spacciato per ordinario processo di revisione storica. C’è un impressionante ritorno dell’antisemitismo che il pogrom di Hamas ha incredibilmente alimentato.

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