Giuli è soltanto il termometro, ma la febbre è in tutto il centrodestra

Il licenziamento dello staff al Mic (Ministero della Cultura) ha colpito Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica di Giuli, ed Elena Proietti, 38 anni, segretaria particolare del ministro. Al primo si rimprovera il mancato finanziamento del docu-film su Giulio Regeni, alla seconda la mancata presenza in aeroporto per accompagnare Giuli nella sua missione a New York. Entrambi legati al sottosegretario Fazzolari, il loro allontanamento assomiglia tanto a un nuovo capitolo del regolamento di conti interno a FdI. Ma è tutto il centrodestra che fibrilla a un anno dal voto

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Il centrodestra prova a guardare oltre neltentativo di portarsi fuori dal pantano delle beghe quotidianein cui è scivolato nell’ultimo, decisivo anno della legislatura. Perché la storia dello staff decapitato dal ministro Giuli nel volgere di ore è soltanto l’atto più recente (non l’ultimo) di quellaguerra di logoramento che si combatte da mesi nel centrodestrae, con qualche punta di sadismo, dentro Fratelli d’Italia.

Alessandro Giuli fu nominato ministro in seguito alle disavventure amorose del suo predecessore, Gennaro Sangiuliano. Entrambi con il profilo di persone colte, entrambi – abbiamo scoperto –del tutto sprovvisti del senso e della dimensione politica del loro incarico. Per Giuli ha avuto un peso rilevante la sua estraneità alle dinamiche interne a Fratelli d’Italia. Intellettuale e battitore libero nei lidi della destra, Giuli è stato a lungo un collaboratore del Foglio quando a dirigerlo era Giuliano Ferrara. Vicino alla destra ma lontano dal concetto di organicità e dall’appartenenza di partito. Circostanze che ne hanno condizionato l’azione – nel bene e nel male – come pure hanno provocato quelle polemiche urticanti dentro FdI e nel governo.

Il caso del padiglione della Russia, la cui presenza è stata voluta e difesa dal presidente della Biennale, Pierangelo Buttafuoco, ha mostrato i limiti politici di Giuli.Buttafuoco ha difeso la sua scelta sulla presenza della Russia e lo ha fatto in nome dell’autonomia dell’arte e della creatività rispetto all’identità statuale. Al contrario, Giuli, che pure aveva ottime argomentazioni da spendere, ha preferito rifugiarsi nella necessità di allineare anche la Biennale alla strategia del governo e quindi di combattere il regime di Putin isolandolo nella sua capacità di rappresentazione artistica.

La polemica seguita fra il ministro e il presidente della Biennale – figure di spicco della cultura di destra – ha mostrato in modo plateale le difficoltà di un certo mondo conservatore a inoltrarsi nelle complicazioni della realtà, leggerle e indagarle laicamente sottraendole a una lettura ideologica. Ad Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco va riconosciuto questo merito:con le loro scelte e i loro comportamenti hanno denunciato l’inadeguatezza della destra a tenere le mani sul timone della politica culturaleperché guardare a ogni evento e indagare ogni fenomeno con gli occhiali dell’ideologia potrà essere consolatorio dentro le mura di casa, ma ti porta fuori dalla rotta del presente.

Le polemiche di questi giorni all’interno della destra ci dicono che l’ambizione di costruire un’egemonia culturale diventa un traguardo velleitario se non si ha la pazienza, la tenacia e la lungimiranza di contaminarsi con la realtà, raccoglierne le sfide senza la pretesa di adeguarla alla nostra weltanschauung.

Vale per Fratelli d’Italia ma vale anche per Lega e Forza Italia come, sull’altro versante, vale per Pd e Cinquestelle. Si può costruire un muro di gomma fra sé e la realtà e illudersi per un po’ che quel muro rappresenti una protezione insuperabile e inespugnabile per chiunque. Non è così, come sanno Meloni e gli altri leader. La realtà è sempre pronta a prendere le sue rivincite.

Per dire: Marina Berlusconi incontra Luca Zaia e ad Antonio Tajani sembra giusto esorcizzare la realtà che sta dietro certe iniziative commentando: “Marina Berlusconi è un grande editore e può incontrare chi vuole”.

Ecco: vestendola dei panni di editore a Tajani sembra di aver allontanato ogni altra inquietante interpretazione. Sulla stessa lunghezza d’onda Matteo Salvini (“non è che debbano informarmi su ogni passo che fa tizio o caio”).

A mettere in fila tanti episodi minori si fa presto a trarre conclusioni luttuose sul futuro del centrodestra, sbagliando sicuramente.Quello a cui assistiamo ogni giorno è lo sciame di conseguenze sprigionate dalla pesante sconfitta del governo al referendum sulla giustizia. È stato un passaggio politico molto più impegnativo di quanto una certa propaganda voleva far credere. E più coinvolgente di quanto Giorgia Meloni temesse. È stato il passaggio a vuoto imprevisto e nella maggioranza sono saltati un bel po’ dei tappi messi su questo o quel tema.

All’indomani della sconfitta referendaria, tutti si sono ritrovati più soli e litigiosi. Con il problema di scaricare sugli altri l’onere della sconfitta e riservando alla propria parte politica l’onere di indicare la via del rilancio politico. Come se alleggerendo la compagine di qualche presenza imbarazzante (Santanché, Delmastro, Bartolozzi) si fossero poste le premesse per la ripartenza.

In tal modolasciando sullo sfondo la vera questione, una maggioranza senza più una rotta politica da seguire, in politica estera o sulle politiche sociali. Tutto si è fatto più sfumato e incerto. Trump da risorsa è diventato una zavorra. La stabilità dei conti pubblici è stata perseguita guardando a ciglio asciutto alle tante sofferenze sociali denunciate dall’Istat.

Il tempo dei bilanci è arrivato all’improvviso, ha colto di sorpresa la maggioranza e sparso un incauto ottimismo nelle opposizioni. È presto perfischiare il fine partita, è prestissimo per fischiare l’inizio di una nuova partita.

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