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Tagli di spesa e qualche tassa: la ricetta di Giorgetti ha un sapore antico

Il titolare dell’Economia, già ministro dello Sviluppo economico con Mario Draghi, si muove nel solco consolidato del contenimento delle spese e un lieve incremento della pressione fiscale. Niente di nuovo sotto il sole: così hanno fatto i governi di Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Mario Draghi. I mercati apprezzano la stabilità del governo ma, soprattutto, apprezzano la continuità delle politiche economiche di bilancio

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Hanno ragioneGiorgia MelonieGiancarlo Giorgettia inorgoglirsi per gli apprezzamenti piovuti sul governo dai partecipanti alForum Ambrosetti. Lastabilità dell’esecutivoe lasolidità dei conti pubblicinon erano traguardi scontati la sera del 25 settembre 2022. Il trionfo elettorale della destra era stato realizzato grazie a una serie di circostanze in parte fortuite (la divisione della sinistra e Calenda che, in zona Cesarini, rompe l’accordo con il Pd), in parte propiziate da un programma elettorale accattivante, fatto di promesse che ogni persona ragionevole sapeva irrealizzabili. Come la cancellazione della “legge Fornero”, l’abolizione delle accise sui carburanti e un fisco più generoso verso la casa.

Nulla di tutto questo – per fortuna dell’Italia – è mai entrato nell’azione di governo. Perchéla legge Fornero è lì, più solida di prima. Anzi, inasprita per quanto riguarda il capitolo “opzione donna”.Le accise sui carburanti sono diventate intoccabilicome un totem. Anzi, con la scusa di uniformare la pressione fiscale sui carburanti, c’è stato un lieve incremento del prezzo del gasolio.

La fortuna diGiorgia Meloniè stata dinon aver applicato un solo punto del programma economicoconcordato con gli alleati. Perché una volta entrata a palazzo Chigi ha cercato i famosi “bottoni” del comando ma su ciascuno era scritto “warning”. Non toccare, alta tensione. Da quel momento Meloni ha lavorato per smussare ogni contrasto con l’Unione europea, in particolare con l’occhiuto commissario all’Economia, quel Valdis Dombrovskis che tante pene ha dato agli ultimi governi italiani.

Meloni ha subito afferrato un concetto decisivo per assicurarsi una navigazione poco agitata:assecondare gli input che arrivano da Bruxellese indirizzare la gestione della finanza pubblica sul percorso automatico disegnato dalla Commissione. Quindi: tagli alle spese e, con le accise in vita, incrementare la pressione fiscale quel tanto necessario per non scassare il precario equilibrio della finanza pubblica.

La strada imboccata è quasi obbligata per due ragioni. La prima: con unacrescita del Pil che langue, è impensabile aggiustare il rapporto deficit/Pil. Con un incremento stimato intorno allo 0,6% nel 2026, non si crea nessuno spazio fiscale, a meno di non agire sulla leva tradizionale dei tagli di spesa e della pressione fiscale.

Così, in fondo, ha fatto Meloni. Ha preferito saggiamentemuoversi sui sentieri battuti dagli ultimi governi– Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Draghi – sicura in questo modo di non turbare il sonno dei vigilanti bruxellesi e di avere quel tanto di abbrivo necessario per sfangarla con la manovra di bilancio in arrivo.

Non si vuole qui sostenere la reversibilità trasformista delle politiche economiche di bilancio della destra. Si vuole invece sottolineare larapidità con cui Meloni ha saputo prendere contatto con la realtà dei problemi, con i vincoli europei – vincoli, è bene ricordare, che valgono per tutti e non solo per l’Italia – e dunque l’adattabilità del suo programma alle necessità del Paese. Fa un qualche effetto leggere la soddisfazione di Salvini per “la messa in sicurezza” dei conti pubblici. Un’affermazione simile fatta da chi, nel 2018, voleva infischiarsene dei vincoli europei per portare il deficit al 2,4% anziché al 2% chiesto dalla Ue, appare significativa del cambio di rotta di chi abbaia alla luna salvo inchinarsi alla realtà.

Giancarlo Giorgetti, politico di poche e misurate parole, è la chiave di volta del governo Meloni nella gestione dei conti pubblici. La sua prudenza ne ha fatto il cane da guardia perfetto della finanza pubblica e alle intemperanze del suo leader Salvini replica nel solo modo che gli è congeniale: il silenzio.

Con l’arrivo dell’autunno lesocietà di rating, quelle stesse in passato accusate dalla destra di favorire la speculazione contro i titoli di Stato, si preparano alla revisione dei rating eil governo italiano si attende, a ragion veduta,una promozione nell’outlook. I conti italiani sono migliorati nettamente e oggi il livello di affidabilità si avvicina e si prepara a superare quello della Francia. Come è potuto accadere? Semplice: qualche tassa in più, robusti tagli alla spesa (trasferimenti agli Enti locali, sanità, scuola). Un film già visto e conosciuto. In fondo,quello di Meloni è un remake di alcuni successi del passato.

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