Ilegislatoridel Gambia, un paese dell’Africa occidentale, hanno votatoa favore di un disegno di leggecheabroga un divietointrodotto nel 2015. Se supererà la tornata finale di votazioni, il Gambia diventerà laprima nazionea revocare le protezioni contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili.
Il Gambia abroga il divieto alle MGF
IlParlamento di Banjulha cominciato nei mesi scorsi una discussione su undisegno di legge, presentato dal deputato Almameh Gibba, che punta adabrogare il divietodella pratica delle mutilazioni genitali femminili. Una seconda lettura del provvedimento era prevista per lunedì 18 marzo.

Dei 47 membripresenti all’Assemblea nazionale del Gambia,42 hanno votato a favoredi un disegno di legge perrevocare il divieto. Ora la proposta dovrà essere esaminata da alcune commissioni del governo. Il Gambia è quasi totalmente musulmano e chi sostiene l’abolizione della legge che vieta le MGF, afferma che vietare la pratica significa togliere loro il diritto di praticare i propri costumi e tradizioni.
Espertidi diritti umani,avvocatieattivistiper i diritti delle donne affermano che revocare il divietoannullerebbe decenni di lavoroper porre fine alla mutilazione dei genitali femminili, un rituale secolare legato a idee di purezza sessuale, obbedienza e controllo.
Il Gambia havietato la pratica dell’escissione nel 2015, ma secondo quanto riporta ilNew York Timesnon ha applicato il divieto fino all’anno scorso, quando a tre praticanti sono state inflitte pesanti multe. Secondo ilNYT, uninfluente imamdel paese, si ricordi a maggioranza musulmana, ha sfruttato l’occasione per lanciare una campagna perl’abrogazione del divieto,sostenendo che l’escissione è un atto religioso obbligatorio, importante dal punto di vista culturale.
Gambia, un discorso antropologico sulle MGF
L’abolizionedelle mutilazioni genitali femminiliin nome dei diritti e della leggeè spesso rifiutata dalle donne musulmane per motivi diidentità religiosaeculturalee motivi che riguardano anche l’aspetto economicodella loro società, come il prezzo della sposa.

Il problema relativo alle mutilazioni genitali femminili praticate in molti paesi africani di religione musulmana ha a che fare con ilpiù ampio discorsodella tensione esistente trauniversalismo e relativismodei valori ed è un esempio molto significativo e discusso per capire ilcontrasto tra cultureche oggi ci troviamo a dover affrontare.
Ed è proprio sul caso delle mutilazioni che emergeil conflittotra ildiscorso antropologico e quello umanitario. In nome dei diritti universali dell’uomo, affermati nel XVIII secolo e diventati la bandiera ideologica del liberalismo occidentale, sono state combattute guerre, organizzati aiuti umanitari e intraprese battaglie ideologiche in difesa di coloro che, secondo gli attivisti del mondo occidentale, vengono privati di tali diritti, soprattutto nel Sud del mondo.
Ma la disciplina antropologica ha evidenziato che leposture pedagogiche e paternalistichedegli interventi e dellepratiche per lo sviluppohanno scarso successo perché si basano su pregiudizi e condanne: infatti l’arretratezza culturale, il fanatismo religioso e il deficit educativo, assunti come chiave per inquadrare il problema del sottosviluppo, non spiegano laresistenza dei beneficiariai programmi di sviluppo o ad una legislazione che dovrebbe proteggere le donne dalle MGF.
Infatti la questione riguarda il fatto chei principi che ispirano la vitadelle popolazioni di tutto il mondo sonoverità indiscutibili per quelle culturee rappresentano la migliore alternativa possibile; questo non significa che le verità stabilite dalla cultura occidentale debbano essere poste come assolute. Infatti la difficoltà occidentale di comprendere il punto di vista delle donne africane che praticano le MGF mostra ilimiti dell’universalismoinsito nel discorso sui diritti umani, attraverso il quale vieneesportato un modello univoco e soggettivo,che spesso non porta ai risultati sperati.
Questonon implicaignorare i diritti eammettere la legittimità di atti violentie dolorosi, né accantonare questioni gravi in nome del relativismo e delle differenze. Rimane tuttavia aperta la questione antropologica che riguarda il nucleo deldiscorso sui diritti umani,caratterizzato daassolutismo culturalee tendenza al dominio.
A questo proposito,l’antropologo Fabio Deiha riportato il caso di un ginecologo somalo, direttore del“Centro per la prevenzione e la cura delle complicanze delle MGF” di un ospedale fiorentino, che aveva proposto disostituire le mutilazionicon un rito simbolico alternativo. Un rito simile a quello dellasunna, diffuso in molti stati islamici dell’Africa, che potesse comunque soddisfarel’esigenza religiosama con un intervento moltomeno invasivo.
Unacollaborazionetradiritti umani e antropologiaè una via percorribile se si presta attenzione non all’abolizione delle pratiche, da estirpare come erbacce, ma alla prospettiva diaiuto alle donneattraverso una maggiore comprensione e studio delle culture coinvolte.
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