Il mondo torna in apnea. Il sospiro di sollievo di giovedì scorso, quando l’annuncio di negoziati fra Usa e Iran era stato salutato come una svolta importante, ha ceduto a un nuovo pessimismo dopo che nella notte fra sabato e domenica è saltato il tavolo negoziale. Dopo tre sedute negodoppi, le due delegazioni hanno preso atto chenessuna era disponibile a cedere rispetto alle posizioni d’avvio.
Se per JD Vance, il vice di Trump che guida la delegazione americana, rimane una condizione imprescindibile la riapertura di Hormuz per avviare il negoziato vero e proprio, le cose sono messe diversamente per la delegazione di Teheran guidata dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e dal presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf. Teheran ha fatto sapere di non avere fretta alcuna per la riapertura dello Stretto.Si tratta di una scelta tattica fin troppo ovvia e scontata. Il calcolo della diplomazia iraniana è scoperto: più a lungo dura la chiusura di Hormuz, più insistenti si faranno le pressioni dell’Europa e non solo sulla diplomazia americana e israeliana per tornare al negoziato con una maggiore disponibilità.
Leggi Anche
Non sembra un allarme esagerato quello che arriva dalle principali compagnie aeree sulla criticità delle scorte di cherosene e, di conseguenza, sui rischi che incombono sulla regolarità dei voli. Apprendere che si dispone di un’autonomia nei rifornimenti che non va oltre le tre settimane significa – nella logica iraniana –disporre di un’ulteriore arma di pressione su Washington a cui tutti guardano, almeno in questa fase,come al principale responsabile del baratroin cui stanno precipitando le relazioni internazionali. È presto per dire se siamo alla vigilia di una svolta nel conflitto, quello che si può dire con ragionevole certezza è che sono aumentati gli sforzi per tradurre i bombardamenti in un crescendo di minacce tattiche.
C’è un punto su cui la diplomazia americana farà bene a riflettere e a trarre rapidamente le conclusioni: l’attacco al regime sanguinario di Teheran si è risolto in un fallimento clamoroso e l’avvio di un negoziato sancisce questo fallimento. Trump ha iniziato la guerra senza aver chiaro l’obiettivo strategico, e lo stesso succede ora che ha avviato una trattativa negoziale.
Quale risultato si attende Trump, e quale il regime iraniano?Il punto di caduta è ancora molto distante: per l’Iran si tratta di veder riconosciuta la piena legittimità del regime teocratico, la sua base popolare larga abbastanza per contenere le proteste; per Washington si tratta di imporre limiti all’influenza che quel potere esercita sull’intera regione mediorientale, ridurne la portata delle minacce e, soprattutto, accrescere il livello della sicurezza di Israele. Si tratta, come è evidente, di obiettivi non solo diversi ma decisamente contrapposti.Se Teheran punta a conservare il ruolo di riferimento per ogni pulsione antioccidentale e antiamericana, perWashington è in gioco il ruolo di gendarme degli equilibri localie di garante esclusivo della tutela degli interessi israeliani.
Il Pakistan, Paese che ha osato lanciare il cuore oltre l’ostacolo offrendosi come mediatore fra i due belligeranti,ha una tradizione diplomatica consolidatae una reputazione tale da farne un soggetto politico rilevante negli equilibri in movimento nell’area. Insomma, anche Rawalpindi si gioca una parte consistente della sua credibilità diplomatica e appare per questo non meno interessata di Washington e Teheran al successo dei negoziati.
Resta da chiedersi che cosa accadrà della tregua di due settimane dopo il fallimento dei negoziati. La ripresa delle ostilità sancirebbe l’impossibilità di ogni dialogo, con ciò pregiudicando la ripartirà a breve dello Stretto di Hormuz. Altra cosa sarebbe il mantenimento del clima di tensione e il suo relativo controllo da parte delle diplomazie. La ripresa dei colloqui dopo 47 anni fra lo “Stato canaglia” di Teheran e “il Grande Satana” di Washington èuna notizia talmente positiva di suo da far passare in secondo piano tutto il resto.
© Riproduzione riservata













