Una regola non scritta della politica prevede che la distanza tra le parole e i fatti tende a ridursi nei momenti di relativa stabilità sociale e politica, quando la crescita del prodotto interno lordo è sufficientemente sostenuta per consentire soddisfacenti politiche redistributive. La stessa regola prevede undeciso ampliamento della distanza tra le parole e i fatti nei momenti turbolenti, quando sul quadro politico interno di un paese o sulla scena internazionale affiorano tensioni difficili da controllare. In questo caso, tra le parole e i fatti si apre un baratro e da questo baratro emergono personaggi comeDonald Trump.
Scrive il vero Federico Rampini (Corriere della Seradel 9 luglio)quando osserva chei fatti contano più delle parole, almeno nel caso di Trump. È una considerazione empiricamente verificabile alla luce delle numerose giravolte a cui il presidente americano ha abituato i suoi interlocutori. Si dovrebbe essere rassicurati, invece proprio in questa distanza tra i fatti e le parole si annidano le insidie maggiori, come hanno ormai compreso tutti i leader europei presenti al vertice annuale dell’Alleanza atlantica ospitato quest’anno ad Ankara.
Il consueto trattamento riservato da Trump agli alleati, basato sull’alternanza imprevedibile fra il bastone e la carota, ha premiato quest’anno il leader ucraino Volodymyr Zelenskyj. Era stato bullizzato alla Casa Bianca davanti alle telecamere di tutto il mondo, ad Ankara ha invece ricevuto gli elogi di Donald Trumpper la capacità dimostrata di resistere all’aggressione russa. Essendo un abile e cinico uomo d’affari, il tycoon ha promesso di cedere a Zelenskyj la licenza per la costruzione dei missili a lungo raggio Patriot, in cambio naturalmente delle tecnologie sofisticate messe a punto da Kyiv per la costruzione dei droni che tanti danni stanno provocando nelle retrovie russe, fino a raggiungere San Pietroburgo e località a ridosso della Siberia.
Trump non ama i perdentie la ritrovata cordialità verso il leader ucraino è la conferma che considera profondamente mutata la situazione sul campo dove le truppe di Mosca registrano pesanti perdite e una condizione di stallo che dura ormai da mesi.
A proposito tra le parole e i fatti, può essere utile registrare un fatto singolare. Appena 48 ore prima del vertice di Ankara Trump aveva rivelato di essersisentito al telefono con Vladimir Putincon cui aveva avuto una conversazione utile e positiva. Lo stesso Trump, 48 ore dopo ha messo la sua firma sotto il comunicato conclusivo del vertice in cui l’alleanza atlantica considera quella della Russia un’emergenza prioritaria per la difesa.
Ilfatto nuovo del vertice della Nato è la sostanziale compattezza mostrata dai leader europeiai quali si sono associati il premier britannico Starmer e quello canadese Carney. Questa circostanza (non del tutto inedita) ha impedito a Trump di seminare divisioni all’interno dell’alleanza. Gli alleati europei hanno tutti confermato, certamente con accenti e modi diversi, gli impegni presi al vertice nato dell’anno scorso, a l’Aja, , di incrementare le spese militari fino a raggiungere i target concordati. In più,Giorgia Meloni ha voluto precisare che l’Italia rispetterà sicuramente gli impegnima lo farà nei modi e secondo le procedure che deciderà di seguire.
Poi, per strappare l’applauso della platea nazionalista, ha aggiunto che le maggiori spese per la difesa saranno tutte all’interno dell’Italia, per finanziare le imprese italiane e creare occupazione. Aldilà delle concessioni alla retorica, il fatto politico rilevante e apprezzabile è la presa d’atto da parte di Giorgia Meloni chel’unità dell’Occidente è un valore sicuramente importantema salvaguardarlo significa, oggi, accelerare sulla via dell’integrazione politica europea. La premier italiana è consapevole dell’ineluttabilità di questo passaggio,esita ancora ad affrontarlo non avendo chiaro il percorso politico per lei meno accidentato.
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