La campagna referendaria sulla separazione delle carriere sarà più simile a una partita a scacchi che a uno scontro all’arma bianca. Per essere più precisi, Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno provato dal primo minuto a fare gli incendiari indicando nelle riforma votata dal Parlamento un attacco all’autonomia della magistratura e il tentativo del governo di sottomettere la figura del Pubblico ministero.
È stata una falsa partenza e prima del voto vedremo molte altre false partenze e improvvisi rinculi. Perché la via verso il referendum si annuncia come una lunga partita a scacchi e sarà difficile per chiunque, per il No come per il Sì, assumere posizioni troppo rigide o di scontro in campo aperto senza mettere in conto i danni che saranno superiori ai guadagni.
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Diciamola tutta, i sondaggi indicano al momento una chiara vittoria del Sì valutata intorno al 57-58%. Non è un grande margine, ma sufficiente per rendere quasi impossibile una rimonta del fronte opposto. Il voto è in programma per marzo-aprile e da qui ad allora possono accadere eventi da nessuno prevedibili. Una maxi-inchiesta che veda coinvolti esponenti politici con la richiesta di arresto per qualcuno di essi: eventi simili avrebbero una grande forza di detonazione capace di far oscillare vistosamente il sentimento dell’opinione pubblica riguardo alla separazione delle carriere.
Se si rimane nell’orizzonte della quotidianità, turbolenta quanto si vuole ma tale da non sconvolgere l’emotività collettiva, la strada verso il voto non presenta ostacoli particolari. Per restare alla metafora della partita a scacchi, i leader dell’opposizione devono soppesare con molta calma la strategia di comunicazione evitando – cosa che a Schlein riesce molto difficile – di lanciare quotidiani allarmi sulla democrazia ai quali non sembra dare troppo credito neppure il proprio elettorato. Giorgia Meloni, è ovvio, non ha alcun interesse a personalizzare il referendum. Significherebbe per lei trasformarsi nel bersaglio quotidiano della sinistra favorendo oltretutto la saldatura fra il destino del governo e l’esito del referendum, errore esiziale per cui ancora oggi Matteo Renzi si morde le dita.
È il problema simmetrico in cui si trovano le opposizioni. Usare il referendum come leva per dare l’assalto all’esecutivo potrebbe risolversi in un boomerang micidiale di fronte alla vittoria del Sì. In quel caso, Schlein e Conte non solo avrebbero perso la battaglia referendaria, ma avrebbero oltremodo rinsaldato la maggioranza e il governo. Anche a sinistra conviene spersonalizzare per quanto possibile la campagna elettorale, trovare i toni giusti, duri abbastanza nelle argomentazioni ma persuasivi nella comunicazione che deve essere di giusta preoccupazione per ciò che sarà dell’autonomia giudiziaria ma priva dei toni apocalittici sentiti nelle prime ore.
È senz’altro interessante osservare quanto accade nel Pd. La corsa al referendum ha infatti rianimato il confronto interno e restituito smalto a quella componente “garantista” che va oltre la corrente dei riformisti. Goffredo Bettini, consigliere ascoltato di Schlein e alfiere del “campo largo”, ha rimesso a lucido, con le cautele del caso, la sua antica vocazione garantista. Con il corollario inevitabile che se la presidente del Consiglio dovesse dare l’impressione “di una svolta per prendere tutto” in quel caso valuterebbe con molta attenzione il suo voto.
Altrettanto interessante la posizione di Andrea Orlando. Per l’ex ministro della Giustizia, la prova referendaria è una di quelle circostanze in cui è sbagliato immaginare “la riproposizione automatica di uno schieramento politico”. Orlando lamenta la mancanza di approfondimenti scientifici in sede di approvazione della legge, cosa che avrebbe consentito di avere un esito diverso nel voto finale in Parlamento.
La riforma è stata blindata dal governo, è vero, ma le parole di Orlando sono diventate musica all’orecchio del sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Alfredo Mantovano, un po’ anche per svelenire il clima della imminente campagna referendaria, ha preso la palla al balzo offerta da Orlando per ricordare che dopo il referendum (e la probabile vittoria del Sì) si torna tutti in Parlamento per approvare le leggi attuative senza le quali la separazione delle carriere sarebbe soltanto un principio costituzionale senza conseguenze operative. C’è spazio, insomma, perché dopo lo scontro fra il Sì e il No, torni in campo la politica.
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