Antichi Telai 1894

I diritti della famiglia e i doveri dello Stato si fanno guerra nel bosco di Palmoli

La famiglia è la cellula fondamentale in ogni società, anche se vive in una catapecchia come a Palmoli, nel chietino. Viene prima dello Stato e lo Stato deve tutelarne i diritti. La Costituzione stabilisce (art.30) che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”. Nella vicenda della “famiglia nel bosco” tutti - politica e magistratura - hanno superato ogni linea rossa strumentalizzando cinque vite per condizionare l’esito del referendum. Sul quale ci mette del suo Giusi Bartolozzi, magistrato e capo di gabinetto del ministro Nordio, la quale in Tv afferma: “Votate Si e ci togliamo di mezzo la magistratura perché sono plotoni di esecuzione”: è il miglior spot per il No

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Tutto ha avuto inizio nel settembre 2025. Una mangiata di funghi, qualcuno non proprio edibile, e la corsa in ospedale di cinque persone – due adulti e tre bambini – rimesse a posto con una bella lavanda gastrica e magari una lavata di testa per la superficialità nel selezionare quei funghi. Poi tutto è precipitato, le luci della cronaca si sono accese su quellafamiglia autoconfinata in una catapecchia nel bosco di Palmoli, vicino Chieti. Personaggi senza dubbio stravaganti, a metà strada fra il mito del rousseauiano “buon selvaggio” e quelle comunità dei “figli dei fiori” tipiche degli anni ‘70. Diciamolo: una volta in ospedale era difficile passare inosservati, tornarsene a casa e dileguarsi nella fitta boscaglia.

Aiservizi sociali non sfuggono quei tre bambini vestiti alla bell’e meglio. Apprendono dalla loro viva voce che si cambiano d’abito una volta a settimana, non hanno relazioni con altri bambini, l’ambiente in cui vivono non dispone di riscaldamento, acqua e luce. Nessuno di loro dice all’assistente sociale e agli psicologi che si alternano negli interrogatori di non essere felice. Lo dicono in un italiano stentato, anche se parlano inglese, come i loro genitori, un inglese anch’esso balbettato.

Ci sono insomma, le condizioni perché i servizi sociali, cioè lo Stato attraverso i suoi organi locali, intervengano per tutelare quei bambini che sfuggono ai pattern, cioè a quelle regole minime della convivenza sociale, da considerare una gabbia – secondo lo spirito libertarian – o invece il livello minimo di sussistenza per la loro età.

Se la fortuna dell’anonimato li aveva protetti dai riflettori delle cronache, una volta entrati in ospedale mamma Catherine e papà Nathan diventano personaggi e la fortuna volge rapidamente in grande disgrazia. Perché quel bosco non si trova soltanto nel chietino, in Abruzzo, ma il bosco, insieme all’Abruzzo, si trova in Italia.

Questo significa che la povera famiglia arma– contro la propria volontà – le due solite fazioni di Guelfi e Ghibellini,scelga il lettore dove mettere la politica e dove la magistratura. È una disputa che altrove si sarebbe risolta con sentenze di buon senso, riconoscendo insieme la tutela dei minori e il diritto della mamma e del papà di restare con loro per evitare fratture affettive dannose per tutti, di più per i bambini.

Si è scelta la strada più ripida e insidiosa. Dopo quattro mesi in cui i bambini sono stati tenuti in una struttura protetta, con la mamma ospitata nello stesso luogo ma con la possibilità di vedersi durante i pasti, il Tribunale dei minorenni de L’Aquila ha disposto, con sentenza del 6 marzo, di allontanare la madre dalla struttura e di consentire la visita del papà e di una zia soltanto in certi giorni.Una sentenza traumatica, non c’è ombra di dubbio. Siamo in attesa di conoscere il dispositivo, cioè le ragioni che hanno indetto quel Tribunale a una misura così drastica e incomprensibile per molti. Le reazioni della politica sono state veementi.

Il ministro Nordio ha inviato una squadra di ispettori al Tribunale de L’Aquila, senza attendere – come prudenza avrebbe voluto – di conoscere il dispositivo.Se la sentenza ha un qualche profilo ideologico(come affermare l’imperio della legge e l’insindacabilità di chi la applica),lo stesso si può dire della reazione di Nordio: un riflesso condizionato, da una parte e dall’altra. Per fortuna di chi si rifiuta di portare il cervello all’ammasso ci sono parole riflessive su una vicenda subito trasformata in una pietra di scandalo per dire Sì o No al referendum del 22-23 marzo. Le ha pronunciate Nicolò Zanon, presidente del “Comitato Sì riforma”.

Le persone– ha detto Zanon –si faranno un’idea di una magistratura che ha qualche aspetto ideologico per cui ritiene di dover mettere sotto controllo anche aspetti della vita familiare, della famiglia come società naturale di cui parla la nostra Costituzione, che ha una sua forte autonomia che quindi dovrebbe essere, secondo me, protetta. Però, ripeto, con grande cautela, senza nessuna condanna nei confronti dei magistrati che se ne occupano, peròle urla strazianti dei bimbi separati dalla mamma le abbiamo sentite tutti“.

Si tratta per Zanon di “un caso molto delicato. Io ne so quello che ho letto sui giornali, quindi non ho una conoscenza specifica delle carte e in questi casi bisogna essere sempre prudenti”. Prudenza e rispetto per chi opera ed emette sentenze sulla base di leggi scritte per essere interpretate prima ancora di essere applicate. I sostenitori del Sì, fra i quali è compreso l’autore di queste note,non hanno bisogno di alzare la voce per affermare le ottime ragioni della riforma.

Mai potrei riconoscermi nelle parole diGiusy Bartolozzi, magistrato e capo di gabinetto del ministro Nordio, quando afferma che “se vincesse il No lascerei questo Paese. Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura perché sono plotoni di esecuzione”. Ecco, uno spot che nessuno nel fronte del No avrebbe potuto trovare di migliore. Io non sostengo il No e il mio Sì non sarà in alcun modo inquinato da parole tanto dissennate.

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