Non era un risultato scontato, ma neppure impossibile da raggiungere. Alla fine Giorgia Meloni ed Elly Schlein si sono trovate d’accordo nel definire un concetto chiaro, senza più le eccezioni barocche che avrebbe voluto introdurre la Lega: senza il consenso chiaro e attuale da parte della donna, un rapporto sessuale rientra per legge nella categoria della violenza sessuale. La svolta giuridica è rilevante e da oggi indirizza in modo nuovo la giurisprudenza su uno dei reati socialmente più diffusi e ripugnanti. È un passo importante per portare fuori dall’ambiguità la definizione di violenza sessuale e lo stupro, due reati ben distinti. La violenza sessuale, infatti, si consuma con atteggiamenti di aperta umiliazione del corpo femminile, senza necessariamente comportare il rapporto sessuale che rientra nel reato di stupro.
Un passo avanti nella civiltà giuridica, anche se la definizione della fattispecie di reato rimane sospesa in aria senza il sostegno di una cultura della prevenzione. Su questo capitolo, come si sa, sono rimaste incolmabili le distanze fra maggioranza e opposizioni. La prevenzione di comportamenti aggressivi nei confronti della donna ha riproposto l’eterno dilemma su chi siano i soggetti titolati a formare ed educare i ragazzi. Per il ministro dell’Istruzione, Valditara, il percorso formativo alla sessualità e all’affettività è efficace se costruito attraverso la collaborazione tra famiglia e scuola. Deve essere la famiglia, secondo il testo del governo, ad attivare l’interesse del pargolo per le ore di formazione alla sessuo-affettività. Di avviso diverso sono le opposizioni – da Azione a Pd e M5S – titolari di quel capitolo formativo possono essere soltanto gli insegnanti. L’obbligatorietà della formazione sessuo-affettiva è senza dubbio il punto più controverso della legge. Rendere i docenti titolari unici della formazione sembra essere in effetti la via più logica. Uno Stato che non nutra fiducia nelle capacità didattiche e, nel caso specifico, pedagogiche degli insegnanti è come se proclamasse il proprio fallimento nella selezione e nel reclutamento del corpo docente.
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La scuola – a giudizio delle opposizioni – deve godere della necessaria autonomia nel determinare i programmi di formazione. Formare è anche civilmente educare, due attività che possono essere meglio svolte in un ambiente come la scuola, con personale dotato delle conoscenze e degli strumenti adeguati al bisogno.
Ipotizzare un ruolo delle famiglia significa aprire la porta a diversi livelli di interferenza. Una famiglia che voglia educare alla sessualità un ragazzo di 10 anni deve necessariamente mettere in conto i rischi vuoi della reticenza come quello della superficialità. Non in tutte le famiglie ci sono genitori con gli strumenti necessari per affrontare questioni che attengono allo sviluppo psico-emotivo di un ragazzo. Da non trascurare un aspetto, a nostro giudizio rilevante, quale è la formazione sessuo-affettiva in una classe dove ragazzi e ragazze possono guardarsi negli occhi, trovare da sé – con la guida dell’insegnante – le risposte a timori e paure, o ad aspettative sbagliate sul modo di guardare a una relazione sessuale.
Ci vuole, a questo punto, una postilla polemica rispetto alle richieste delle opposizioni. Coloro che rivendica oggi la titolarità esclusiva della scuola nella formazione sessuo-affettiva del ragazzo sono, in molti casi, gli stessi che 30 anni fa peroravano la battaglia per una didattica condivisa fra docenti e famiglie. Con tutte le degenerazioni a cui abbiamo assistito in questo tempo. Genitori trasformati in sindacalisti dei figli, insegnanti picchiati brutalmente per un brutto voto in pagella o per una nota in condotta. È forse il caso, affrontando la questione della formazione sessuo-affettiva, affrontare il tema più complessivo sulla necessità di ridurre il ruolo delle famiglie nella definizione dei percorsi didattici. La scuola o è autonoma sempre, oppure non l’interferenza delle famiglie deve essere su tutto.
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