Mentre iTalebanicontinuano ad infierire sulle condizioni già miserrime delle donne afghane, l’asse Russia – Cina, secondo un copione improntato al più bieco cinismo geo-strategico, tenta di allungare definitivamente le sue mani sull’Afghanistan, rinforzando ulteriormente la sua influenza sul Paese e cercando di mettere una pietra tombale sulle eventuali aspirazioni di ritorno dell’Occidente.
Sembra quasi chele due potenze si stiano coordinandoo, quantomeno, stiano cercando di non pestarsi i piedi vicendevolmente, adottando due diverse strategie che, tuttavia, appaiono complementari nel perseguire tre principali obiettivi comuni, uno operativo e due strategici. Il primo, propedeutico ai secondi, è quello di eliminare i gruppi terroristici di matrice islamica, che stanno utilizzando alcune regioni dell’Afghanistan come un comodo campo di addestramento e rampa di lancio verso target anche russi e cinesi. Gli altri due, di più ampio respiro, sono quelli di rendere sicure le principali rotte commerciali, che garantiscono il collegamento dell’Asia Centrale verso occidente e di interdire definitivamente l’Afghanistan all’influenza americana.
Per ottenere tutto questo,sia Pechino che Mosca devono passare attraverso una reale e duratura influenza sul Movimento talebanoche, dall’agosto 2021, dopo il vergognoso fugone del mondo occidentale, governa l’ex Repubblica Islamica dell’Afghanistan, ora divenuta un più preoccupante Emirato Islamico dell’Afghanistan.
Pertanto, Cina e Russia stanno infittendo i loro rapporti con Kabul, incuranti di quanto sta succedendo alla società afghana ed in particolare alle donne, sempre più schiacciate dal pesante giogo della legge islamica imposta dai Talebani, ispirata ad un’interpretazione estremamente rigida e fondamentalista della Sharia, con il condimento, qualora ce ne fosse bisogno, del Pashtunwali, il truce codice etico dell’etnia dominante Pashtun.
Poco importa a Putin e Xi Jinping che il regime talebano abbia progressivamente eliminato le ultime libertà rimaste alle donne. Recentemente, sono stati legalizzati i matrimoni precoci, indicando nella pubertà (circa 9 anni) l’età in cui una ragazzina, qualora sia scelta da un uomo, può essere sposata, facendo anche valere la regola del “silenzio assenso”. E’ stata rivista la legge sulla famiglia, per cui gli uomini possono separarsi liberamente, mentre per le donne è diventato praticamente impossibile. E’ stata legalizzata la violenza domestica maschile, concedendo agli uomini ampie e insindacabili facoltà di punire le mogli tra le mura domestiche, senza alcun rischio di conseguenze legali. E’ stata legalizzata la “violenza in strada” da parte di agenti di polizia e anche privati cittadini su donne sospettate di aver commesso un “peccato” o un mancato rispetto delle prescrizioni dell’hijab. E’ stato addirittura sancito che la voce della donna, a qualsiasi titolo (recitazione, canto o anche semplice parlata), è da considerarsi come elemento di intimità e, pertanto, proibita fuori da casa. Parimenti, nei luoghi pubblici, il viso ed il corpo femminile devono essere completamente coperti con abiti che non devono essere aderenti. Sono state definitivamente licenziate tutte le donne impiegate nella Pubblica Amministrazione, senza prevedere alcuna remunerazione di fine rapporto, così come sono stati ritirati dal mercato tutti i libri scritti da donne. Infine, è stata confermata la chiusura totale alle studentesse di tutte le università e sancito che l’istruzione delle donne si deve fermare al sesto anno di scuola.
Nonostante questo contesto, che fa impallidire il peggiore Medio Evo, nei giorni scorsi a Mosca, in occasione della “Conferenza sulla Sicurezza Internazionale” (Forum annuale, a cui hanno partecipato circa 180 delegati di Nazioni Alleate/amiche e Organizzazioni internazionali), si sono incontrati il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo Sergei Shoigu ed il Ministro della Difesa afghano Mullah Yakoob ed hanno sottoscritto un “Accordo Strategico di Cooperazione tecnico-militare”, che consolida fortemente l’intesa tra i due Paesi, che aveva già trovato un ottimo battesimo lo scorso anno, con il riconoscimento formale russo del Governo Talebano. Pur se non sono stati forniti particolari dettagli su questa nuova collaborazione, tuttavia sono stati resi noti i suoi punti chiave, che fanno chiaramente intendere che Russia e Afghanistan fanno sul serio.
Le due Nazioni si scambieranno armamenti e tecnologie militari (ma è ovvio che il flusso sarà a senso unico verso Kabul), la Russia provvederà alla manutenzione del parco elicotteri e assetti aerei che i Talebani hanno ereditato dalla ritirata occidentale del 2021 e che rimaneva a terra proprio perché non manutenzionato. Inoltre, Mosca fornirà droni di diverse tipologie e garantirà le relative slot di addestramento per gli operatori. Si tratta, quindi, di un accordo di notevole valenza operativa che, tuttavia, appare realisticamente un azzardo, perché l’affidabilità dei Talebani è ancora tutta da verificare ma, al momento, non esistono altre credibili alternative per contrastare l’espansione dei gruppi terroristici di matrice islamica, in particolare l’Isis-K, lo Stato Islamico del Khorasan e le milizie dell’Asia Centrale.
La Cina è animata dalle stesse preoccupazioni di Mosca per il terrorismo e la sua attenzione va soprattutto all’ETIM – Movimento Islamico del Turkestan Orientale, che ha mire separatiste per la Regione dello Xinjiang e che, nel recente passato, ha goduto dell’ospitalità dei Talebani. Tuttavia, l’approccio cinese verso l’Afghanistan non si sviluppa su un piano militare, quanto piuttosto su quello economico-commerciale, rimanendo in linea con la sua filosofia internazionale, che non predilige i bombardamenti. Seguendo questa linea di compromesso, accordi commerciali per collaborazione nella sicurezza, la Cina ha già ottenuto l’allontanamento dei combattenti uiguiri dal confine afghano-cinese, ma non lo ritiene sufficiente, per cui prosegue rinforzando la propria pressione economica.
Pur non avendo riconosciuto ufficialmente il governo talebano (ha solo accolto un rappresentante del movimento nella Capitale), ma sfruttando questo suo attendismo diplomatico come strumento di pressione su Kabul, in realtà, Pechino “de facto” considera l’Emirato come unico interlocutore afghano, con cui intrattenere le proprie relazioni economiche.
Con il suo solito pragmatismo, la Cina da tempo ha siglato con i Talebani importanti accordi per l’estrazione petrolifera nel bacino dell’Amu Darya e per il progetto di sfruttamento della miniera di rame di Mes Aynak, che è una delle più grandi al mondo e ora ha messo gli occhi sui ricchi giacimenti di litio, elemento critico per le nuove tecnologie. Ma le spire cinesi non si limitano a questo, perché la loro influenza sull’Afghanistan passa anche attraverso le grandi vie di comunicazione e commerciali, di cui Pechino necessita per muoversi verso l’Asia centrale e quella meridionale, nell’ambito dello sviluppo del Mega progetto BRI – Belt and Road Initiative (Nuova Via della seta). Ma l’imperativo per la Cina è che queste vie rimangano aperte e siano sicure, per cui pretende che la contropartita talebana ai suoi investimenti sia proprio quella di garantire che non ci siano interruzioni, soprattutto ad opera dell’ETIM.
E per conseguire tale risultato,Pechino rimane totalmente indifferente circa la natura del regime talebano, anzi, probabilmente lo considera favorevolmente perché, in fondo, un governo autoritario e duro ha decisamente più chance di mantenere l’ordine interno, rispetto ad una democrazia. E di fronte ai 62 miliardi di dollari che la Cina ha investito per la realizzazione del CPEC- China Pakistan Economic Corridor, il corridoio di 3mila km che, con strade, ferrovie e oleodotti, collega lo Xinjiang al porto pakistano di Gwadar (Mar arabico), la sofferenza delle donne afghane e il rispetto dei Diritti umani diventano aspetti secondari, assolutamente sacrificabili sull’ara della realpolitik. E tutto ciò è manna per i Talebani che, non dovendo preoccuparsi di pressioni di carattere etico, hanno mano libera per imporre le loro leggi e, forse, anche dedicarsi alla pulizia del proprio territorio dalla contaminazione terroristica, magari sfruttando anche le nuove risorse militari fornite dai Russi.
Solo il tempo potrà dire se questa scommessa congiunta sino-russa avrà successo. Per ora, rimane il dato di fatto che, anche in quest’area,Pechino e Mosca si stanno muovendo con una visione comune condivisa, che va oltre l’Afghanistan e si pone, come target strategico, l’estromissione americana dalla Regione. E per quanto debbano fare i conti con l’incognita talebana, possono comunque considerarsi a buon punto.
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