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Centri per il rimpatrio: sono necessari ma nessun governo è riuscito ad ampliarli

La morale è che qualunque ministro dell’Interno punta ad aumentare il numero dei rimpatri e a renderli più rapidi, rischia di vedersi le porte sbarrate da parte di amministratori locali

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La nuova stretta sull’immigrazione clandestina che il governo varerà domani appare tanto necessaria quanto densa di incognite: spetterà al ministero della Difesa l’incarico di fornire edifici da trasformare in centri di trattenimento degli irregolari che resteranno in ex caserme e altre strutture dismesse fino a 18 mesi (periodo massimo previsto dalle norme europee), in attesa che venga definita la loro posizione, e in caso di non accoglimento della richiesta di asilo scatterà il rimpatrio.

La vigilanza di questi centri non sarà affidata all’Esercito, ma a polizia e carabinieri. Attualmente i Cpr (Centri per il rimpatrio) sono dieci – Bari, Brindisi, Caltanissetta, Roma, Torino (ora chiuso), Potenza, Trapani, Gorizia, Nuoro e Milano e l’obiettivo è il loro raddoppio, per averne uno in ogni regione. Ma governatori e sindaci di ogni colore politico hanno già opposto il loro veto.

Fenomeno migratori e il ribellismo istituzionale

Del resto, il ribellismo istituzionale è un vecchio vizio della politica italiana, e la disobbedienza dei sindaci contro il decreto Salvini del 2018 è solo l’ultimo capitolo della lunga e travagliata storia delle norme, spesso contrastanti, approvate negli ultimi venti anni per affrontare il fenomeno migratorio. Il record di ribellioni spetta di diritto alla legge Bossi-Fini che, approvata nel luglio del 2002, in un solo anno collezionò ben 261 eccezioni di incostituzionalità, sollevate da altrettanti giudici che sospesero così valanghe di processi a carico degli immigrati rivolgendosi alla Consulta.

Poi, il governo Prodi la abolì nel 2006 riesumando lo sponsor-garante e abrogando di fatto il sistema dei Cpt, i centri di permanenza temporanea che erano stati istituiti dalla legge Turco-Napolitano ma che la sinistra radicale ha sempre classificato come lager razzisti. Secondo questo presupposto ideologico, la moltiplicazione dei clandestini in Italia è stata causata dal fallimento della Bossi-Fini, che in realtà era una legge non certo perfetta, ma difficile da giudicare nella sua applicazione pratica proprio perché boicottata da gran parte della magistratura.

La stessa sorte toccò – tornato al governo il centrodestra – al reato di immigrazione clandestina, che aveva come corollario indispensabile la costruzione di nuovi centri di identificazione ed espulsione, i Cie. Ma anche in questo caso si verificò un vero e proprio corto circuito istituzionale: il ministro Maroni ne voleva istituire uno per regione, ma trovò la fiera opposizione di sindaci di ogni colore che un giorno scrivevano al governo per chiedere più sicurezza e quello successivo si rifiutavano invece di ospitare i Centri per i clandestini nel loro Comune.

E anche la legge Minniti-Orlando, approvata nel febbraio 2017 da un governo di centrosinistra, prevedeva l’apertura entro pochi mesi di un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) in ogni regione, e allora, ironia della sorte, a capeggiare la rivolta contro il governo fu proprio l’ex ministro leghista Maroni, diventato governatore della Lombardia, che facendo fronte comune con Veneto e Liguria minacciò di tagliare i fondi regionali ai Comuni che avessero accettato di accogliere sul loro territorio i richiedenti asilo.

La morale è che qualunque ministro dell’Interno – si chiami Salvini, Minniti o Piantedosi – punta ad aumentare il numero dei rimpatri e a renderli più rapidi, rischia di vedersi le porte sbarrate da parte di amministratori locali per nulla disposti ad ospitare i migranti in attesa di rimpatrio. Questo per dire che al di là dei buoni (o cattivi) propositi dei governi per gestire l’immigrazione, spesso prevale il potere di veto di Regioni e comuni, tanto che la distribuzione territoriale dei migranti risulta ancora molto sbilanciata. E l’emergenza continua.

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