Antichi Telai 1894

Calenda lavora al partito che non c’è (e che non ci sarà, per il bene dell’Italia)

L’uomo ha molte qualità e una competenza assoluta sul terreno delle politiche industriali. Si è intestardito a voler fare politica con un proprio partito - personale, come tutti i partiti di questo tempo - e non si accorge di seminare confusione e smarrimento in quella pattuglia di elettori davvero desiderosi di votare una forza moderata e liberale solo se capissero attraverso quali alleanze intende portare avanti i propri programmi. Il mantra calendiano contro il bipopulismo è stancante, ripetitivo e inconcludente. Qualcuno dovrà spiegargli che per sovvertire gli equilibri politici la via più breve è entrare in uno dei due schieramenti

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Carlo Calendaè fatto per essere quello che è: untestardo, irriducibile estimatore di Carlo Calenda, unegolatrache a un certo punto della sua giovane vita politica si è convinto di poter fondare un partito conMatteo Renzi, unaltro testardo, irriducibile egolatra. Insieme, per occupare quello spazio centrale la cui dimensione sfugge agli stessi sondaggisti. Ma tenere unite due personalità tanto somiglianti da dar vita a una sola di due gocce d’acqua, si è rivelata un’impresa impossibile se non folle.

Il tempo di tramutare in realtà il sogno di milioni di italiani – prendere quasi l’8% alle politiche del 25 settembre 2022 – e subito il sogno è evaporato, finito sotto un cumulo di macerie. Il centro immaginato era talmente malfermo e lacerato sulla direzione da prendere, che i due si sono lasciati come Michael Douglas e Kathleen Turner nella Guerra dei Roses.

Separate le strade, è rimasta l’acredine fra i due. Entrambi si sono sentiti ingannati, ma più forte del risentimento è stato il senso di improvvisa solitudine strategica. Renzi ci ha pensato su qualche mese prima di fare la scelta che lo ha riportato da dove era partito nel 2018. Non dentro, madi fianco al Pd. Calenda, anche lui fuggito da lì, non si è mosso di un millimetro. Ha scelto di rimanere, come ama dire, là dove lo hanno messo gli elettori perché èfuori dagli schieramenti– è la sua convinzione – che può meglio svolgere quel ruolo di punching ball che si è autoassegnatoconvinto di poter scuotere il bipolarismo.

È difficile valutare le probabilità di successo di un simile progetto. Guardando un po’ da vicino quel che sta accadendo in vista delle elezioni regionali, è facile ricavare l’impressione che la strategia di Calenda sia molto velleitaria rispetto alla disposizione delle forze in campo.Azione non sosterrà nessun candidato espresso da M5S o dal Pd nel caso in cui il programma recasse una chiara impronta pentastellata. Così è nata labocciatura di Eugenio Giani in Toscana, accusato da Calenda di essersi rimangiato gli impegni sulle infrastrutture per accontentare il partito del “no” a tutto.

Lo stesso copione sta per ripetersi inCalabria, dove però i dirigenti locali hanno mantenuto la posizione a favore diGiuseppe Tridico, candidato del “campo largo” e dirigente di primo piano del M5S. Calenda non ha scomunicato i vertici calabresi, ha scelto invece con furbizia levantina che i due consiglieri uscenti di Azione possano ricandidarsi in una lista genericamente riformista.

Si tratta – sempre che sia confermata – di una concessione al trasformismo, da Calenda sempre indicato come male endemico della politica. Va detto anche che si tratta di salvaguardare quel po’ di rappresentanza sul piano locale senza la quale Azione diventerebbe davvero un partito fantasma.

Proviamo a fare un minimo di chiarezza. L’ambizione di disarticolare quello da lui ribattezzato”bipopulismo”è un progetto impari rispetto alla forza elettorale. L’idea accarezzata di una maggioranza da Forza Italia fino all’ala riformista del Pd è talmente velleitaria rispetto alla realtà consolidata da far sembrare Calenda un marziano.

Al netto della lotta per la sopravvivenza e quindi la necessità di accaparrarsi qualche posto in lista, è molto più realistica la partita che sta giocando Renzi. Gli rimproverano, e a ragione, diallearsi con quel Conteil cui governo collassò nel 2021 grazie alla macchinazione parlamentare di Renzi. All’ex premier si può attribuire un ragionamento che grosso modo suona così: d’accordo: il M5S è una forza diffidente verso l’Ue, con troppe simpatie per Putin, ma qui sta il senso della lotta politica,impegnarsi nella sfida per trovare compatibilità e quindi costruire alleanze con chi sembra essere lontano da te, ma come è interessato a sconfiggere la destra.

Inutile negare che anche nell’impostazione realistica di Renzi c’è un quoziente elevato di azzardo. Se dopo aver strappato 6-7 candidature alla Camera ti ritrovi ad appoggiare un programma fatto di reddito di cittadinanza o di dignità, di stop ai termovalorizzatori o ai rigassificatori, vuol dire che politicamente Italia Viva uscirebbe azzerata anche per l’elezione di un condominio.

L’azzardo renziano, va detto, ha un fondamento politico che manca allo sterile equilibrismo di Calenda. L’idea di disarticolare il bipolarismo restando fuori dagli schieramenti è velleitaria poiché si fonda sulpresupposto che non scegliendo una parte si possono indebolire le altre parti dello schieramento, attirando a sé i moderati di destra o di sinistra.

Calenda non accetta, come Forza Italia a destra e Renzi a sinistra, l’idea che se vuoi modificare gli equilibri interni in uno dei due schieramenti è necessario “sporcarsi le mani”, cioè entrare nella coalizione di sinistra o in quella di destra e attraverso un percorso fatto di confronto quotidiano, all’occorrenza di polemiche,correggere le spinte radicali presenti in una coalizione. In altre parole, fare politica, superare la fase del “né di qua né di là” per seminare proposte, idee e lottare per portare i tuoi alleati a condividerle.

È quello che fa quotidianamente Forza Italia, con qualche successo. È quello che, con minor successo, prova a fare Renzi nella sinistra.È quello che dovrebbe provare a fare Calenda, non importa dove. AltrimentiAzionesi ridurrà alla tribuna di una sola persona, ma si confermerà un partito inutile per l’Italia.

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