È un Paese orgogliosamente solitario quello raffigurato daTrumpnel suo discorso oceanico sullo Stato dell’Unione. Nei 107 minuti di intervento davanti a Congresso e Senato riuniti in seduta congiunta, Trump ha pescato nel repertorio deglislogan della campagna elettoraleper rinnovare promesse che non ha potuto mantenere nel suo primo anno di presidenza. Ha colpito in particolare lospazio irrilevantededicato alla politica estera. Soltanto negli ultimi 10 minuti il tycoon ha parlato dell’Iranper ricordare agli ayatollah che è in via di esaurimento il tempo della diplomazia prima che la parola passi ai cannoni e ai missili: fermare il vostro programma nucleare, smontate i sistemi missilistici con cui potete colpire l’Europa e perfino gli Stati Uniti e allora si tratta. Diversamente, l’imminente schieramento bellico già presente nel Golfo e nel Mediterraneo entrerà in azione. Quanto all’Ucraina, la vicenda è stata liquidata in poche righe, un accenno svogliato per archiviare uno dei suoi più pesanti insuccessi.
Trump è un maestro nellaprovocazione plateale, come sanno i democratici. Padroneggia come pochi l’arte di accendere gli animi, disuscitare reazioni emotive violente grazie alle quali poter occultare la realtà. Si può dire che egli disponga di un algoritmo segreto inafferrabile e indecifrabile dai suoi avversari e quando colpisce sa dove indirizzare il colpo. Così sull’immigrazione è stato di straordinaria efficacia quando ha elencato l’azione delle forze dell’ordine nel “catturare” gli immigrati irregolari, anche se ha sorvolato sui fatti di Minneapolis dove a essere uccisi sono stati due americani e non immigrati. Su questo punto, però, ha dovuto incassare la dura reprimenda dei vescovi di 18 diocesi americane che hanno sollecitato Trump a cambiare registro e abbandonare la strategia delle deportazioni, umilianti quanto inefficaci per contrastare il fenomeno.
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Trump ha rivendicato i risultati conseguiti sull’economia. Il leit motiv di unanuova Età dell’oroè uno slogan abusato, residuo di una campagna elettorale che lo vide trionfare fra i blue collar e i latinos. La crescita economica c’è stata se è vero che con il 2,2%nel 2025 gli Stati Uniti hanno sopravanzato qualsiasi altra potenza, per tacere dell’asfittica crescita europea. Altra cosa è vedere come i vantaggi di quella crescita sono ricaduti sulla popolazione americana. Da essi hanno tratto benefici solo marginali la classe media e i lavoratori mentre la ricchezza continua a essere concentrata negli strati socialmente alti. L’occupazione è ai livelli storicamente più alti, ma non lo sono i redditi.
Queste circostanze aprono lo scenario sulla controversa vicenda dei dazi. Trump ha guardato in faccia i4 giudici della Corte Supremaseduti in prima fila per tornare sulla sentenza con un aggettivo per lui insolitamente prudente: infelice. Unasentenza“infelice” (sulle prime aveva detto di vergognarsi dei giudici) ha impedito all’America di cogliere frutti maggiori dalla politica tariffaria messa in campo allo scopo di riequilibrare la bilancia commerciale e rendere meno oneroso il peso fiscale sui redditi. È su questo aspetto particolare della politica trumpiana che è bene soffermarsi. L’idea che siano gli esportatori verso l’America a pagare ildebito pubblico“monstre” per consentire di ridurre o addirittura cancellare ogni tassazione sui redditi americani è qualcosa che sconfina nel patologico.
Gli americani vivono al di sopra dei loro mezzi da almeno quarant’anni. La middle class vive costantemente con le carte di credito al 90-95% di utilizzo del plafond quindi con una capacità di indebitamento giunta sull’orlo del fallimento. Dall’epoca dellacrisi finanziariadei sub-prime (2008-2010) il debito americano non ha fatto che crescere nella più completa indifferenza delle amministrazioni democratiche (Obama e Biden). A Trump va dato atto di aver svelato il gioco. Lo ha fatto certamente nel modo populistico che più gli è congeniale: un conservatore comeMargareth Thatcheravrebbe tagliato stipendi o aumentato le tasse, un populista come a Trump dice che saranno idaziimposti agli altri a pagare i debiti degli americani. Due visioni del mondo difficili da trovare più opposte e antitetiche.
È un’America oorgogliosamente solitaria quella che si è affacciata dai 107 minuti di speech del presidente. Una superpotenza, la più grande mai conosciuta nella storia, ha scelto di azzerare ogni sistema di alleanze, di nebulizzare amici e nemici, diffidente verso il mondo chepretende di dominare e piegare alle proprie esigenze di sicurezza e benessere. Un sogno destinato a trasformarsi in un incubo. E leelezioni di Midtermsono lì.
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