L’attacco di Hamas a Israele prefigura una guerra che non sarà affatto breve, ed è evidente che nei prossimi mesi aumenterà in modo esponenziale il rischio di infiltrazioni terroristiche attraverso le rotte dell’immigrazione irregolare. Rischio che, in realtà, c’era anche prima a causa della massiccia presenza jihadista nel Sahel, la vasta regione subsahariana che comprende Mauritania, Sudan, Mali, Nigeria, Ciad, Niger e Burkina Faso.
La penetrazione sia dell’Isis che di Al Qaeda non è stata arginata in queste zone calde né dalla missione francese Barkhane, né dalla successiva Task Force Takuba, a cui ha partecipato anche un contingente italiano, e questo rappresenta per noi un oggettivo fattore di rischio. Non solo: dal primo gennaio ad oggi sono arrivati decine di migliaia di migranti dalla Tunisia, molti con sbarchi autonomi avvenuti a Lampedusa. A questo, proposito è bene ricordare che la Tunisia è il Paese con il più alto tasso di foreign fighters, ossia di combattenti stranieri che si erano aggregati all’Isis.
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Potenzialmente, il sistema Eurodac – la banca dati biometrica a livello comunitario che contiene le impronte digitali dei richiedenti asilo – dovrebbe essere la garanzia che i terroristi infiltrati sui barconi vengano identificati: tutti coloro che arrivano nei centri di accoglienza sono infatti sottoposti a rigidi controlli di sicurezza con l’assistenza di Europol, ma in più occasioni il controllo incrociato con le banche dati di altri Paesi Ue ha mostrato preoccupanti lacune, così come la collaborazione tra i vari servizi di intelligence non è ancora propriamente sinergica. Resta emblematico il caso dell’attentatore di Nizza sbarcato a Lampedusa, identificato a Bari, fotosegnalato dalla Questura e poi lasciato libero di varcare il confine francese.
Ma i rischi più gravi sono legati agli sbarchi fantasma, ai barchini su cui viaggiano persone che non vogliono farsi identificare, gente già espulsa in passato dall’Italia o appena liberata dalle carceri tunisine: è questa tipologia di arrivi, insomma, la variante più pericolosa dell’immigrazione irregolare, e ora la guerra di Hamas a Israele potrebbe determinare il risveglio del jihadismo su larga scala. E’ quindi doveroso, per la nostra sicurezza nazionale, rafforzare in modo capillare i controlli sugli arrivi per difendere i nostri confini, che sono anche i confini europei. L’Italia non può erigere muri, ma continuare ad accogliere indiscriminatamente tutti sarebbe un azzardo che rischieremmo di pagare caro.
Magistrati contro interesse nazionale
Purtroppo c’è un pezzo dello Stato che, sordo a queste ragioni, lavora contro l’interesse nazionale: ogni riferimento a quei magistrati che si stanno opponendo al decreto Cutro liberando sempre più migranti trattenuti nei centri per il rimpatrio. Il caso Apostolico è quello che ha fatto più rumore, ma il pronunciamento più pericoloso è arrivato dal tribunale di Firenze, che si è apertamente arrogato (carta canta) il diritto di dichiarare autonomamente la Tunisia “Paese non sicuro”.
In sostanza quei giudici ritengono di poter sindacare le scelte del governo in merito alla lista dei Paesi sicuri, e nel caso della Tunisia hanno deciso che la situazione geopolitica vada rivalutata nonostante articolate analisi di esperti di tre diversi ministeri (Esteri, Interno e Giustizia).
Ma non è tutto: Luca Minniti, presidente di quel collegio giudicante, in un convegno dal titolo “Un mare di vergogna, dai respingimenti formali alle omissioni dei soccorsi”, è arrivato a sostenere che anche i terroristi hanno diritto all’asilo perché “l’articolo 10 comma 3 della Costituzione non consente il bilanciamento con altri interessi dello Stato, nemmeno con quello alla sicurezza. Il diritto di asilo va riconosciuto anche al terrorista a certe condizioni”. Non è dato sapere quali siano le condizioni immaginate dal giudice, l’unica cosa certa è che l’allarme terrorismo anche in Italia torna ad essere un’emergenza reale, e che la magistratura non può continuare a mettere a rischio la sicurezza nazionale.
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