C’è un corale dolore emotivo quando un ragazzo viene ucciso da un suo coetaneo. Un dolore che ci colpisce e fugge con la stessa rapidità con cui era arrivato. È un dolore virtuale ma a noi per qualche istante sembra talmente vero da sbigottirci di noi stessi. Un istante. Il tempo necessario perché pollice e indice destro riprendano a correre velocemente sulla tastiera dello smartphone. Pace a Abanoub Youssef, la terra gli sia lieve, riposi in pace ecc. In attesa del prossimo Youssef o del prossimo Willy Montero. Per dire: la rapidità della morte non lascia tracce persistenti che vadano oltre un’emotività fugace.
È tanto vero quello che scrivo al punto che la conferma migliore arriva dalle reazioni della politica. Prevedibili, ovvie, banali. Come il riflesso condizionato di Pavlov. Guardi nel campo della destra e la ricetta è bell’e pronta: inasprire le pene, perquisire i ragazzi all’ingresso delle scuole, più polizia davanti alle scuole. Guardi nel campo non si sa più se di sinistra o cosa e le risposte sono quelle di sempre: più soldi nell’istruzione, il governo ha tagliato i fondi dell’1% e siamo ultimi in Europa. E via dicendo.
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È un’antologia di idee trite, consumate da precedenti esperienze (tutte o quasi fallimentari), inutili e prive di ogni collegamento con l’asprezza della realtà. Come se avere maggiori fondi e più soldi da spendere potesse miracolosamente attenuare l’aggressività dei ragazzi, risospingerla nei precordi per affermare la bontà di relazioni sociali e amicali. Oppure, pensare che un decreto oggi e un altro domani, restringendo sempre più gli spazi di libertà si possa – sempre per vie miracolose – raggiungere l’obiettivo di una ritrovata civiltà dei rapporti. Non è così che funziona la realtà, sempre più luogo di scarti improvvisi, di improvvise accelerazioni in cui l’istinto assume il dominio sulla razionalità e i nostri ragazzi diventano vittime di se stessi.
Mai una volta che la ghigliottina della realtà si fermi a mezz’aria e i boia di una generazione si fermino per chiedersi: chi è davvero questo ragazzo di 18 anni che ha ucciso Abanoub Youssef? Da quale casa è uscito quella mattina? Chi sono i suoi genitori? Prima di entrare a scuola e dopo esserne uscito, quali sono i suoi interessi? La scuola lo costringe sui banchi per 5-6 ore, ma nel resto del tempo che cosa fa della sua vita? Chi lo indirizza? A chi confida le sue ansie e le sue paure, le attese e le aspettative?
La politica si interessa ai suoi gesti, per punirli quando violano le regole. Ma nessuno si è preso la briga di spiegargli le regole, perché sia un vantaggio per lui rispettarle. E spiegargli che cambiare una norma o un comportamento è possibile solo se si è capaci di creare un consenso diffuso nella sua comunità. Chi ha troncato la vita di Youssef è un’omicida per caso, ma la vita reale, la nostra vita, è ogni giorno più affollata di potenziali assassini per caso. Vengono dalla solitudine, spesso sono figli di quella condizione che i giapponesi hanno definito hikikomori, termine dal suono metallico per indicare il ritiro estremo di una persona dalla vita sociale.
Si sceglie la solitudine nella propria casa, se non nella propria stanza, per mesi o per anni. Davanti a un computer, per perdersi nelle profondità del web, passando da un social all’altro. Sullo schermo piatto del pc scorrono immagini di violenza, di dolore o di divertimento, ma quello schermo – come osservava Umberto Eco per la televisione – nella sua piattezza annulla ogni differenza fra il dolore e la gioia, fra la morte e la vita, fra odio e amore. Davvero la politica pensa di rivolgersi a questa generazione con la promessa di pene più severe perché non sanno più distinguere fra la realtà e la sua imitazione virtuale?
La scuola accoglie Youssef e il suo assassino, ma spesso agli insegnanti mancano gli strumenti per riconoscere le vittime e i loro carnefici virtuali. Punire l’assassino di Youssef è necessario, ma impedire altri assassini e altre vittime è indispensabile. Non servono più soldi per questo, né pene più severe. Servono persone capaci di piegarsi su questa generazione per raccoglierne i silenzi e le urla, una politica meno corriva e meno spietata, capace di esprimersi senza la demagogia violenta che ne impasta il discorso pubblico.
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