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Venezuela, il colpo di Trump e l’arresto di Maduro: quali saranno le conseguenze?

7 Min di lettura

La terza alba del 2026 in Venezuela non è arrivata col sole, ma con un boato, anzi ben sette in una sola notte. Le esplosioni, lampi sui colli che circondano la capitale, aerei a bassa quota che tagliano il cielo in pochi minuti, abbastanza per svegliare una città, e farle capire, prima ancora delle conferme, che qualcosa di enorme stava accadendo.

Poi, mentre la corrente saltava in alcuni quartieri e sui social correvano video di scie luminose e fumo sopra installazioni militari, è arrivato l’annuncio che ha riscritto la notte.

Donald Trump ha dichiarato che Nicolás Maduro e la moglie, Cilia Flores, sono stati “catturati e trasferiti fuori dal Paese” in un’operazione condotta “in collaborazione con le forze dell’ordine statunitensi”.

La parola “colpo di scena” non basta.

Qui si parla del capo di Stato in carica di un Paese latinoamericano prelevato nel cuore del suo potere. Un’azione che, per velocità e audacia, ha fatto riaffiorare il fantasma storico di Panama e della cattura di Noriega.

A Caracas, nelle ore successive, l’incertezza ha preso il posto della paura. “Non conosciamo il luogo in cui si trovano il presidente Nicolás Maduro e la first lady Cilia Flores. Chiediamo prove di vita”, ha dichiarato la vicepresidente Delcy Rodríguez, che secondo la legge venezuelana sarebbe la figura chiamata a reggere il potere.

Ma nella capitale, tra strade deserte e improvvisi assembramenti nei bastioni chavisti, la domanda rimbalza più forte dei comunicati: chi sta governando adesso? E chi controlla davvero l’esercito, la polizia, le milizie civili mobilitate dal governo con un appello secco: “Tutti in strada”, contro quello che Caracas definisce un “attacco imperialista” a installazioni civili e militari.

Washington, intanto, ha lasciato filtrare una certezza: Maduro verrà processato negli Stati Uniti. Il riferimento è alle incriminazioni del 2020 nel distretto meridionale di New York, quando un tribunale americano contestò al leader venezuelano reati di “narcoterrorismo”, cospirazione per l’importazione di cocaina e accuse collegate, sostenendo l’esistenza di un sistema criminale legato ai vertici del potere.

Il Dipartimento di Giustizia aveva descritto Maduro come regista del presunto Cártel de los Soles; un’etichetta su cui anche alcuni analisti, negli anni, hanno discusso, struttura centralizzata o rete di alleanze e corruzione? Ma che per Washington è diventata l’asse narrativo e legale della strategia.

È una strategia costruita nel tempo, e non solo a colpi di dossier. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha aumentato la pressione lungo tre linee: giudiziaria, economica e militare. La taglia sulla cattura di Maduro, partita anni fa, è stata innalzata più volte: 25 milioni di dollari nei primi giorni dell’amministrazione Biden (gennaio 2025), poi fino a 50 milioni nell’agosto 2025, dopo il ritorno di Trump e la designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera secondo la ricostruzione americana.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha insistito sul punto politico più sensibile: “accuse basate su prove presentate a una giuria”, non su una resa dei conti ideologica. Ma la cronologia degli ultimi mesi racconta anche altro: a fine estate Trump avrebbe firmato una direttiva segreta che autorizzava l’uso della forza contro cartelli latinoamericani trattati come entità terroristiche. Da lì, secondo i dati diffusi dall’amministrazione, 35 attacchi letali contro imbarcazioni sospettate di traffico, oltre 100 morti e un dibattito esplosivo a Washington sull’assenza di una formale autorizzazione del Congresso.

Nella regione caraibica, intanto, gli Stati Uniti hanno ammassato muscoli come non accadeva “da generazioni”: circa 15 mila soldati schierati a dicembre, cargo C-17, forze speciali, un gruppo anfibio con migliaia di marines. Da novembre, la portaerei USS Gerald R. Ford e il suo gruppo d’attacco. Un teatro preparato pezzo per pezzo, mentre sul fronte economico la Guardia costiera intensificava i sequestri di petroliere accusate di aggirare le sanzioni sul petrolio venezuelano, il nervo scoperto di un Paese già stremato da crisi, inflazione e isolamento.

Poi, l’ultima notte. Un attacco durato meno di mezz’ora, con esplosioni che hanno spinto la gente a riversarsi in strada. “La terra ha tremato. È orribile. Abbiamo sentito esplosioni e aerei”, racconta una giovane impiegata in lacrime, camminando veloce per tornare a casa dopo una festa. Dall’altra parte, la Federal Aviation Administration ha vietato i voli commerciali statunitensi nello spazio aereo venezuelano per “attività militare in corso” e anche l’area di Curaçao è stata indicata come a rischio per la navigazione aerea. Segnali pratici di un’operazione che non si esaurisce nel post sui social.

La comunità internazionale si muove tra shock e prudenza. Il Regno Unito, con Keir Starmer, ha preso subito le distanze: “Non siamo stati coinvolti. Voglio accertare i fatti e parlare con Trump… tutti dovremmo rispettare il diritto internazionale”.

Cuba parla di “attacco criminale” e chiama a una risposta globale; l’Iran condanna; la Russia denuncia “aggressione armata” e chiede una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Dall’Argentina, Javier Milei esulta con il suo slogan preferito sulla libertà. E dentro l’Italia, le reazioni sono uno specchio del tempo: Riccardo Magi (Più Europa) definisce Maduro “un dittatore” ma accusa Trump di aver oltrepassato “ogni limite”, chiedendo attenzione massima per gli italiani e citando il caso di Alberto Trentini; Angelo Bonelli (Avs) parla di “pirateria internazionale”; Osvaldo Napoli (Azione) riconosce il sollievo per un Maduro “fuori”, ma avverte che “la forza sostituisce il diritto”.

Sul tavolo, però, resta la domanda che pesa più di tutte: cosa accade adesso in Venezuela? Trump parla di “nuova fase”, i suoi collaboratori evocano “una nuova alba”. Ma l’alba, a Caracas, è ancora scura.

Perché un Paese non cambia guida con un comunicato. E perché l’assenza improvvisa di un leader, tra milizie mobilitate, apparati di sicurezza, opposizione frammentata e una popolazione esausta, non garantisce automaticamente un domani. Garantisce soltanto che questa notte entrerà nei libri: il momento in cui la geopolitica è scesa a bassa quota sopra una capitale, e ha portato via il suo presidente.

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