“Se è troppo bello per essere vero, probabilmente è un imbroglio”, ammoniva il sociologo e filosofo tedesco Max Weber. E, verosimilmente, è anche quello che hanno pensato i civili dell’Ucraina riguardo ai fatti delle ultime ore. Solo giovedì sera, infatti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva annunciato di essere riuscito ad ottenere una pausa dai bombardamenti di 7 giorni da parte della Russia.
Il cessate il fuoco, aveva spiegato il Tycoon sul suo canale social, era motivato dalla volontà di offrire qualche giorno di tregua agli ucraini, alle prese con uno degli inverni più rigidi degli ultimi anni, con temperature che hanno toccato i 30 gradi sotto lo zero. Il capo della Casa Bianca, tuttavia, non aveva precisato né la data d’inizio della tregua, né quali infrastrutture sarebbero state risparmiate dagli aerei russi.
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La cosiddetta “tregua energetica” chiesta ed ottenuta da Trump si è resa necessaria a causa dei continui attacchi russi alle strutture energetiche ucraine, portati avanti negli ultimi mesi, i quali costringono da tempo Kiev ad attuare dei veri e proprio “black out programmati”. La sistematica distruzione di centrali elettriche si inserisce in una strategia di graduale indebolimento e logoramento, anche psicologico, della popolazione civile.
La tregua si accorcia
Oggi la buona novella di Trump è stata smentita dal Cremlino che, per bocca del suo portavoce Dmitrij Peskov, ha annunciato che la lo stop ai bombardamenti, limitato alla sola capitale ucraina, durerà fino a domenica 1 febbraio. Come riporta, infatti il Corriere della Sera, l’Ucraina ha denunciato nuovi attacchi russi su varie località, tra cui Dnipro e Zaporizhzhia, con almeno tre morti nella seconda città e 10 droni e un missile balistico sparati. A far vacillare la narrazione dell’inquilino delle Casa Bianca, inoltre, il fatto che i bombardamenti riprenderanno nel giorno in cui a Kiev è prevista la temperatura più bassa finora registrata.
Sembrerebbe quindi che siano stati i russi ad optare per un unilaterale accorciamento della tregua ma, analizzando i recenti avvenimenti, è possibile trovare un’altra risposta. Gli ultimi bombardamenti russi sulla capitale ucraina sono stati lanciati nella notte tra il 23 e il 24 gennaio, ovvero qualche ora prima dell’inizio della prima tornata di trattative russo-ucraine ad Abu Dhabi con la mediazione americana. E quindi l’annuncio di Trump potrebbe fare riferimento ad una tregua, limitata alla sola capitale, già in vigore dall’inizio dei colloqui, e destinata a durare almeno fino alla loro ripresa, domenica 1 febbraio.
Il compromesso ancora lontano
Nonostante l’imminenza del nuovo incontro, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha avvertito che “la data o il luogo potrebbero cambiare” a causa delle crescenti tensioni tra gli Usa e l’Iran, con gli americani che hanno schierato navi da guerra al largo del paese.
Le difficoltà nel dialogo restano comunque enormi, con la Russia che pretende il controllo totale sul Dobnass e la possibilità di dare luce verde alle “garanzie di sicurezza”, incontrando il netto rifiuto dell’Ucraina, la quale non ha intenzione di rinunciare alla regione senza combattere. Zelensky ha inoltre accusato Mosca di avere “bloccato il processo di scambio dei prigionieri”. Il leader ucraino ha poi categoricamente respinto la possibilità di incontrare Putin a Mosca, chiedendo che il summit avvenga in un Paese terzo.
Nonostante la situazione resti estremamente complicata e prefiguri un nuovo naufragio dei prossimi colloqui, dall’ altra parte dell’oceano il presidente americano si è mostrato ottimista, dichiarando: “Putin e Zelensky si odiano, ma siamo vicino ad un accordo”.
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