Donald Trump sostiene di non aver visto il video razzista sugli Obama prima che venisse pubblicato sul suo social Truth. Lo ha dichiarato ai giornalisti alla Casa Bianca, spiegando di essersi fermato alla prima parte della clip e di aver poi lasciato allo staff la decisione di pubblicarla. Una versione che però non ha placato la tempesta politica e istituzionale scatenata da un contenuto che raffigurava Barack e Michelle Obama come scimmie, richiamando uno dei luoghi comuni razzisti più antichi e violenti della storia americana.
Il video, realizzato con l’intelligenza artificiale, è rimasto online per alcune ore, raccogliendo migliaia di interazioni prima di essere rimosso. Ma il danno politico era già fatto. Secondo il presidente, né lui né i suoi collaboratori avrebbero visionato l’intera clip. Trump aggiunge di non avere alcuna intenzione di scusarsi. “Non ho commesso nessun errore”, ha insistito, respingendo ogni accusa di responsabilità diretta.
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Una linea difensiva che si è affiancata a quella ufficiale della Casa Bianca: inizialmente il video è stato liquidato come un “meme” di internet, una rappresentazione satirica che mostrerebbe Trump come il re della giungla e i democratici come personaggi ispirati al Re Leone. Una spiegazione che non ha convinto né l’opposizione né diversi esponenti repubblicani.
L’attacco dei democratici verso Trump
La reazione più forte è arrivata dal leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, che in un video diventato virale ha usato parole dure senza precedenti. Ha accusato il presidente di un comportamento vile, razzista e maligno. Un’escalation retorica che segna un ulteriore deterioramento dei rapporti tra la leadership democratica e il presidente, proprio mentre al Congresso sono in corso negoziati delicatissimi sull’immigrazione.
Anche altri esponenti democratici sono intervenuti con durezza. Il senatore Bernie Sanders ha definito il video disgustosamente razzista, chiedendosi fino a che punto i repubblicani continueranno a inginocchiarsi davanti a un presidente razzista e autoritario. Il governatore della California, Gavin Newsom, considerato uno dei possibili sfidanti democratici alle prossime presidenziali, ha parlato di comportamento disgustoso, invitando i repubblicani a prendere le distanze.
Le critiche non si sono fermate ai democratici. Il senatore repubblicano Tim Scott, uno dei pochi afroamericani del partito, ha definito il filmato “la cosa più razzista che abbia mai visto provenire da questa Casa Bianca”, chiedendone l’immediata rimozione. Anche la NAACP, storica organizzazione per i diritti civili, ha parlato di un contenuto apertamente razzista, disgustoso e spregevole. Dura anche la reazione europea, da Bruxelles è arrivata una condanna netta.
Un episodio che si inserisce in un passato di scontri
Il video sugli Obama non è un episodio isolato. Trump ha alle spalle una lunga storia di attacchi ai leader democratici, spesso veicolati attraverso contenuti manipolati o generati con l’intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi aveva già condiviso filmati razzisti contro Jeffries, ritratto con sombrero e baffi caricaturali. E da anni continua a rilanciare teorie complottiste su Barack Obama, dalla falsa accusa di non essere nato negli Stati Uniti fino all’ossessione per il Nobel per la Pace assegnato all’ex presidente.
Ma, secondo molti osservatori, questa volta il confine è stato superato. L’uso dell’immagine delle scimmie contro persone nere non è una semplice provocazione: è un simbolo storicamente utilizzato per disumanizzare, giustificare segregazione, violenze e linciaggi. Un richiamo che, nel contesto di una presidenza già segnata da tensioni razziali, assume un peso politico e culturale enorme.
La bufera sul filmato arriva mentre Trump è già sotto pressione per altre polemiche, tra cui l’accusa di voler legare lo sblocco di fondi federali a intitolazioni simboliche a suo nome, alimentando le critiche su una presunta deriva personalistica del potere. In questo contesto, il caso del video sugli Obama potrebbe diventare qualcosa di più di un incidente comunicativo, trasformandosi nel sintomo di una strategia che normalizza l’estremo.
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