Svezia e Finlandia nella Nato, il sì dalla Turchia lo paga il popolo curdo 

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Erdogan ritratta il no all’ingresso dei Paesi del nord nell’Alleanza, ma alle proprie condizioni

La Turchia ha rimosso il veto all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia. I due Paesi scandinavi hanno fatto richiesta lo scorso maggio, abbandonando la consueta neutralità a causa delle preoccupazioni suscitate dall’invasione dell’Ucraina.

Una adesione più per sicurezza, dunque, discussa e ormai approvata nel summit Nato di Madrid, accolta benevolmente da tutti i membri (secondo una filosofia ben riassunta dalla dichiarazione del sottosegretario generale Jens Stoltenberg: «L’ingresso di Finlandia e Svezia renderà l’alleanza più sicura e potente») ma sin da subito osteggiata dal leader turco Recep Tayyip Erdogan a causa del coinvolgimento dei Paesi richiedenti nella questione curda.

Il no del Presidente è ora diventato un sì, ma alle proprie condizioni. E a rimetterci è proprio il popolo curdo, che perde alleati e vede compromessa la propria posizione rispetto al governo di Ankara.

Erdogan, la Nato il valore di averlo accontentato

In questi anni, Erdogan ha più volte criticato gli interventi di Paesi Nato come Germania, Belgio, Francia e Olanda per la tolleranza nei confronti della propaganda anti-turca, e dunque filo PKK (l’organizzazione politica e paramilitare del Partito dei Lavoratori del Kurdistan).

Rimproveri inascoltati, che si limitavano a finire nell’elenco dei botta e risposta tra diplomazie e a consolidare l’idea dell’ossessione turca per il popolo curdo. La richiesta di Svezia e Finlandia è stata invece per Erdogan l’occasione per rilanciare il tema, ponendo un veto che ha lasciato tutti, i due Paesi in primis, con il fiato sospeso per oltre un mese.

L’importanza del parere della Turchia deriva dal suo ruolo ormai centrale nella Nato: non solo difende il lato est dell’Alleanza con il secondo esercito più importante dopo gli Stati Uniti, ma, dall’inizio della guerra in Ucraina, è stato anche il solo Paese Nato capace di dialogare con la Russia ed è al momento impegnato in una trattativa per far uscire dai porti ucraini il grano bloccato.

Il coinvolgimento di Svezia e Finlandia e le riserve di Erdogan

Erdogan aveva più volte ripetuto che non si sarebbe accontentato di parole: da parte di Svezia e Finlandia fatti concreti «nella lotta al terrorismo».

I due Paesi avevano in effetti sempre garantito protezione ai rifugiati e la comunità curda in Svezia è davvero nutrita; dal 2019 poi Stoccolma e Helsinki avevano posto un embargo sulle armi alla Turchia in risposta all’offensiva contro i curdi nella Siria del nord.

All’entrare nella Nato, e quindi all’assecondare Erdogan, è corrisposta la rinuncia a simili prese di posizione.

Le richieste del Presidente turco sono andate dalla fine dell’embargo, allo stop ai finanziamenti al PKK e ad altre realtà politico-sociali curde sul territorio turco, fino all’estradizione in Turchia di 33 rifugiati politici; in risposta, Svezia e Finlandia hanno garantito “solidarietà e cooperazione contro il terrorismo in qualsiasi forma”, condannando senza battere ciglio PKK e YPG e prendendo in considerazione l’estradizione chiesta da Ankara.

Accontentato, il comportamento di Erdogan lancia un messaggio, rivolto anche ad altri Paesi filo-curdi, come gli Stati Uniti, principali alleati del YPG (la milizia curda di Unità di Protezione Popolare) nel nord della Siria.

Le giustificazioni di Stoltenberg condannano i curdi

Stoltenberg rincara la dose, legittimando le riserve turche e rinsaldando la compattezza dell’Alleanza di fronte a un aut aut che ha rischiato di metterne a rischio l’integrità, apportando una frattura difficile da saldare di nuovo che in questo delicato periodo avrebbe fatto comodo solo alla Russia: «Nessun Paese alleato ha subito la brutalità del terrorismo come la Turchia».

Forte di questo sostegno e di un potere che giorno dopo giorno, dall’inizio della guerra in Ucraina, non ha fatto altro che aumentare, Ankara potrebbe approfittare della propria, consolidata posizione di primaria importanza nell’Alleanza Atlantica per alzare la posta in gioco, ricordando il monito lanciato: basta sostenere la causa curda.

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