Dilagano le proteste e di riflesso si intensifica la repressione in Iran, un Paese ormai rilegato ai margini del mondo da oltre 60 ore, da quando il regime degli ayatollah ha bloccato internet ed ogni rete di comunicazione. E in assenza di numeri verificati, il bilancio dei manifestanti rimasti vittima resta molto incerto. L’organizzazione per i diritti umani, con sede negli Usa, parla di almeno 192 morti ma la tv iraniana dell’opposizione riferisce di 2000 deceduti.
In questa drammatica cornice che assume sempre più il sapore di una rivoluzione, come diversi analisti hanno osservato considerando le dinamiche differenti ed una portata registrata senza precedenti negli ultimi tre anni, si scontrano le forze occidentali di Washington e Tel Aviv con Ali Khamenei e il presidente iraniano Massoud Pezeshkian.
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Uno scambio di invettive e minacce nel segno di chi, di fatto, ha più coraggio ad attaccare per primo. Iniziato per voce del presidente a stelle e strisce Donald Trump che ha avvertito di intervenire in difesa dei manifestanti se il regime avesse continuato ad ucciderli, lo scambio ha ricevuto a stretto giro la replica di Teheran che minaccia di attaccare basi militari statunitensi e Israele.
Quindi, la risposta diretta del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che non è mancato nelle provocazioni andando di conseguenza a stimolare anche la prosecuzione delle proteste: una vota caduto il regime degli ayatollah, Israele e Iran torneranno a essere partner. Bibi, nel corso della riunione settimanale del Consiglio die ministri, ha rimarcato come tel Aviv stia “inviando forza agli eroici e coraggiosi cittadini dell’Iran e, una volta caduto il regime, faremo insieme cose positive a beneficio di entrambi i popoli”.
Quindi, il colpo di frusta che Khamenei avrà di certo percepito con intensità. “Speriamo tutti che la nazione persiana venga presto liberata dal gioco della tirannia” e “quando quel giorno arriverà Israele e Iran torneranno a essere fedeli partner nella costruzione di un futuro di prosperità e pace”.
Parole che non passano in sordina e che vengono interpretate dal presidente Pezeshkian solo come mere strategie per “seminare caos e disordine” dopo la guerra dei 12 giorni del giugno 2025 tra il Paese degli ayatollah e Israele per contrastare la ripresa del programma nucleare iraniano. Il leader, nell’accusare “i nemici dell’Iran” ha quindi chiesto al suo popolo di prendere le distanze da “rivoltoso e terroristi” perché “protestare non è la stessa cosa che fare sommosse”.
A detta di Pezeshkian, infatti, un popolo non dovrebbe permettere “ai rivoltosi di destabilizzare la società“, anzi dovrebbe avere “fiducia nel nostro desiderio di stabilire la giustizia”. Insomma, la linea resta la medesima della Guida Suprema che nel corso di questi 14 giorni di proteste ininterrotte dallo scorso 28 dicembre, ha più volte fatto intendere che c’è spazio per qualche rivendicazione economica, ma non per una battaglia politica contro la teocrazia militare. Le proteste devono per forza essere screditate, inquadrate entro un disegno eversivo di potenze stranieri.
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