“Morte a Khamenei” e “lunga vita allo Scià“, sono gli slogan che risuonano per le strade infuocate dell’Iran, dove il popolo non si ferma neppure dinanzi a un bilancio di decine di morti e migliaia di arresti, nonché al blackout di internet imposto proprio a seguito delle proteste contro il governo ed ormai in vigore da oltre 60 ore. Una misura di censura che, come riportato da Netblocks, rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza e al benessere degli iraniani in “un momento chiave per il futuro del Paese“.
In piazza per portare avanti una protesta giunta al suo quattordicesimo giorno e che per numeri e portata non registra precedenti negli ultimi tre anni. Una crescente tensione in cui il regime ha deciso di alzare la posta minacciando la forca per tutti i rivoltosi in quanto “nemici di Dio“, che in Iran rappresenta un reato punibile con la pena di morte. Intanto, la Guida Suprema, Al Khamenei, ha posto i pasdaran in uno stato di allerta ancor più elevato di quello adottato per la guerra dei dodici giorni con Israele di giugno 2025 scoppiata per contrastare la ripresa del programma nucleare nel Paese degli ayatollah.
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Insomma, misure che se da un lato fanno crescere il timore di una ancor più brutale repressione del dissenso, dall’altra infiammano le tensioni con gli Stati Uniti, da dove si alza la voce del presidente a stelle e strisce, Donald Trump, che ha rimarcato l’intenzione di intervenire se l’Iran continua ad uccidere i manifestanti.
E proprio nello scenario della possibilità di un intervento di Washington, a detta di Reuters online citandosi tre fonti israeliani informate, Israele è in stato di massimo allerta. Le fonti, presenti alle consultazioni sulla sicurezza israeliana nel fine settimana, non avrebbero fornito dettagli su cosa significhi concretamente la condizione di massima allerta da Tel Aviv.
Misura di sicurezza che arriva all’indomani del confronto tra il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sulla possibilità di un intervento statunitense in Iran. E così, mentre il presidente Trump ha assicurato che gli Stati Uniti sono “pronti ad aiutare” i manifestanti che “lottano per libertà“, funzionari della sua amministrazione hanno avuto discussioni “preliminari” sull’eventuale attacco da infliggere al regime e sarebbe già stati individuati i possibili obiettivi.
Tra le opzioni ventilate, figura una attacco aereo su larga scala contro diversi obiettivi militari iraniani, ma secondo le fonti non ci sarebbe ancora un consenso corale sulla linea d’azione da mettere in campo, come non sono stati ancora mobilitati né equipaggiamenti militari né personale.
La tensione è alle stelle e sembra non voler accennare a diminuire. Anzi, si prevedono ulteriori mobilitazioni sulla spinta di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia deposto nel 1978, che invita a sfruttare il momento per rovesciare il regime degli ayatollah. In replica, le autorità iraniane stringono la morsa della repressione e continuano ad accusare i manifestanti di portare avanti “una guerra orchestrata all’estero”, puntando il dito direttamente contro Washington e Tel Aviv.
E dinanzi a questo scenario delicato, fonti di intelligence e diplomatiche dei Paesi dell’area sono concordi nell’indicare che i prossimi giorni saranno cruciali. Difatti, se da un lato la risposta delle autorità è stata finora giudicata dura ma “disciplinata” rispetto al passato, le manifestazioni che proseguono inesauribili rischiano di spingere il regime a dare il via ad una stagione di repressione della popolazione nel sangue.
Una reazione che è riflesso di quanto sia incerto il futuro per l’anziano leader Khamenei, al comando da oltre 30 anni, che si trova a risolvere la rivolta di studenti e civili contro le mancate libertà civili e democratiche, soffocate per decenni da un regime sordo alle richieste dei cittadini che sono stretti anche nella morsa delle difficoltà economiche.
E così, per la Guida Suprema c’è spazio per qualche rivendicazione economica, ma non per una battaglia politica contro la teocrazia militare. Le proteste devono per forza essere screditate, inquadrate entro un disegno eversivo di potenze stranieri.
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