A Minneapolis il velo dell’anonimato è caduto. A svelare il mistero è stato il sito di giornalismo investigativo americano ProPublica che ha riportato i nomi dei due agenti federali coinvolti nell’uccisione di Alex Pretti, consumatasi lo scorso 25 gennaio durante una manifestazione contro le operazioni federali sull’immigrazione. Pretti aveva 37 anni, era un infermiere di terapia intensiva all’ospedale dei veterani di Minneapolis, impegnato attivamente nel sociale.
Numerosi video verificati dai media statunitensi mostrano una scena che ha scosso l’opinione pubblica: Pretti risulta disarmato, viene colpito con spray urticante, immobilizzato a terra e infine raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco. Per giorni le autorità si sono rifiutate di diffondere i nomi degli agenti responsabili o di fornire informazioni sull’accaduto. Ora, secondo quanto riportato, si tratterebbe dell’agente della Border Patrol Jesus Ochoa di 43 anni e dell’ufficiale della Customs and Border Protection (CBP) Raymundo Gutierrez, di 45 anni.
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Chi sono le agenzie coinvolte
Sia l’US Border Patrol che la Customs and Border Protection (CBP) sono agenzie federali incaricate dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e rientrano sotto il dipartimento della sicurezza interna (Dhs). La prima però opera come polizia di frontiera terrestre ed è subordinata alla seconda che, gestisce sia le dogane che il controllo dell’immigrazione ai confini e agli aeroporti.
Diversa invece è l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), spesso al centro del dibattito pubblico: un’agenzia a sé stante che si concentra sulle indagini penali, sul controllo dell’immigrazione e sulle operazioni di espulsione all’interno del territorio statunitense. Ochoa è un agente del Border Patrol che è entrato a far parte del CBP nel 2018 mentre Gutierrez ne fa parte dal 2014 ed è assegnato ad una squadra speciale ad alto rischio.
Le proteste di Minneapolis fanno tentennare Trump
La morte di Alex Pretti ha riacceso con forza il dibattito sulla proporzionalità dell’uso della forza e sulla trasparenza delle indagini, in particolare per quanto riguarda le operazioni dell’ICE. Questa negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più centrale nelle politiche di contrasto all’immigrazione irregolare, intensificando arresti e operazioni su tutto il territorio nazionale.
A Minneapolis le proteste non si sono fermate. Pretti è diventato il simbolo di una frattura profonda tra sicurezza pubblica, gestione dell’ordine e tutela dei diritti civili. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha cercato con le parole di placare gli animi e di silenziare le proteste ma le sue azioni hanno finito per alimentare le tensioni. Infatti, se fino a poco fa l’ICE necessitava di mandati dei giudici per entrare nelle case private e perquisirle ma non per effettuare arresti, con le nuove disposizioni agli agenti federali sono stati ampliati i poteri. Adesso potranno arrestare senza mandato persone sospettate di trovarsi illegalmente negli Stati Uniti.
Le politiche sull’immigrazione, cavallo di battaglia della campagna presidenziale di Trump, stanno mostrando il loro lato più controverso. Le polemiche superano il consenso e hanno indotto la Casa Bianca a valutare possibili correttivi e ad avviare negoziati con i democratici. Sul tavolo ci sono richieste precise: un codice di condotta, l’obbligo di bodycam e il divieto di coprirsi il volto durante le operazioni. Se e quanto di tutto questo verrà accolto resta ancora da capire. Intanto, a Minneapolis, il nome di Alex Pretti continua a riecheggiare come una domanda aperta sulla direzione che gli Stati Uniti hanno scelto di imboccare.
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