L’uccisione della Guida suprema iraniana,Ali Khameneinegli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, apre uno scenario dalle conseguenze contraddittorie per la Russia diVladimir Putin, già impegnata nella guerra in Ucraina e alle prese con un progressivo ridimensionamento della propria rete di alleanze.
Da un lato c’è il colpo geopolitico. Teheran è stata negli ultimi anni uno dei partner più solidi di Mosca, soprattutto sul piano militare, con la fornitura di droni impiegati sul fronte ucraino. La scomparsa di Khamenei, arrivata dopo la caduta delregime siriano di Bashar Al-Assad, oggi rifugiato proprio in Russia, e il rovesciamento del presidente venezuelanoNicolàs Maduro, segna per il Cremlino laperdita in rapida successione di tre interlocutori chiave.
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Come ha affermato l’analista russo del Carnegie Center,Aleksander Baunov, “Putin si troverà in una posizione difficile, non è riuscito a svolgere il ruolo di salvatore della vita di un dittatore alleato e l‘assassino è il suo amico Trump“. Parole forti che risuonano come un paradosso forse veritero.
Un arretramento dell’influenza russa che si somma all’allargamento della Nato con l’ingresso diSvezia e Finlandia, allo spostamento verso l’Occidente dellaMoldaviae alle difficoltà nei rapporti conArmenia e Georgia.
La reazione di Putin
La reazione del leader russo per ora è rimasta limitata a un messaggio di condoglianze in cui ha definito la morte di Khamenei “un cinico omicidio” e un “grave attacco al diritto internazionale“, senza annunciare alcuna iniziativa concreta a sostegno dell’Iran. Un atteggiamento che conferma i margini di manovra ridotti di Mosca, concentrata sul fronte ucraino eattenta a non compromettere il dialogo riaperto con la Casa Biancadopo la rielezione di Donald Trump.
Ed è proprio qui che emerge l’altra faccia della medaglia. La crisi mediorientale sposta inevitabilmente l’attenzione internazionale lontano dall’Ucraina,con il rischio di ridurre la pressione politica e mediatica su Mosca. Un effetto che si è già visto nelle ultime ore, con il ritorno degli attacchi russi suOdessa e Dniprodopo giorni di relativa calma. In questo quadro, la scelta del Cremlino di non intervenire direttamente a difesa di Teheran e di non intromettersi nel cambio della leadership, potrebbe trasformarsi in unacarta negoziale nei rapporti con Washington, soprattutto sul dossier del Donbass.
L’allarme di Zelensky
Sul campo, però, la guerra continua a dettare i tempi. Il presidente ucraino,Volodymyr Zelenskyha lanciato l’allarme sunuovi attacchi russicontro le infrastrutture energetiche, ricordando che solo nell’ultimo inverno Mosca ha impiegato centinaia di missili, migliaia di bombe guidate e quasi ventimila droni. Lo stesso Zelensky ha indicato nella crisi mediorientale la prova di quanto sia difficile ottenere una difesa aerea totale anche per Paesi dotati di sistemi più avanzati, rilanciando larichiesta all’Europa di rafforzare la propria capacità militare e industriale.
Il risultato è un quadro in movimento. La Russia esce indebolita sul piano delle alleanze e dell’influenza regionale, ma può trarre beneficio dal cambio di agenda internazionale. Un equilibrio precario in cui ogni crisi su un fronte finisce per ridisegnare i rapporti di forza sull’altro, confermando come i due conflitti, quello mediorientale e quello ucraino, siano ormai parte di ununico scenario strategico globale.
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