Mancate libertà civili e democratiche, soffocate per decenni da un regime sordo alle richieste dei cittadini che sono stretti anche nella morsa delle difficoltà economiche. Questa la cornice entro cui dipingere l’attuale Iran, dove sono due settimane che studenti e civili sono in piazza per protestare contro il carovita. Quindici giorni in cui il peso della galoppante inflazione e la fame ha condotto a violenti scontri con le forze dell’ordine che hanno lasciato sul campo già 15 vittime in appena sette giorni di manifestazioni in oltre 170 località in tutto il Paese.
Ebbene, in questo clima di forte insicurezza e instabilità fanno temere una reazione ancor più violenta le dichiarazioni pungenti delle scorse ore della Guida Suprema Ali Khamenei che ha definito “giuste” le richieste economiche dei manifestanti ma ha ordinato che “i rivoltosi” vengano “messi al loro posto“.
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Intanto, solidarietà al popolo iraniano arriva invece da Israele e dagli Stati Uniti. Il primo ministro, Benjamin Netanyahu, nemico giurato degli ayatollah, ha infatti colto l’occasione anche per rivelare alcuni dei dettagli del suo incontro del 29 dicembre con il presidente a stelle e strisce, Donald Trump, in quel di Mar-a-Lago. Sede in cui il premier israeliano aveva espresso anche la propria preoccupazione per la ripresa del programma nucleare nel Paese.
Il tycoon e Bibi, stando a quanto riferito sul sito libanese Al-Akhbar citando una fonte ufficiale di spicco, avrebbero concordato “di lanciare un attacco contro l’Iran se non si impegna a raggiungere un accordo secondo le condizioni americane, e di avviare la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza, e di mantenere il Libano neutrale in questa fase da qualsiasi attacco diretto all’Iran“.
Mentre, “abbiamo ribadito la nostra posizione comune sull’arricchimento zero” dell’uranio, “da un lato, e sulla nostra necessità di rimuovere i 400 chili di materiale arricchito dal’Iran e di sottoporre i siti a una supervisione rigorosa e effettiva“, ha precisato Netanyahu ricevendo a stretto giro la replica dell’Iran che accusa Israele di voler “minare l’unità nazionale” sostenendo la lotta dei manifestanti. “Il regime sionista è determinato a sfruttare ogni opportunità per seminare divisione e minare la nostra unità nazionale, e dobbiamo rimanere vigili“, avverte il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghai.
Teheran quindi legge la solidarietà di Tel Aviv e Washington rivolta ai cittadini iraniani solo come un “incitamento alla violenza“. Donald Trump, però, facendo sapere di star seguendo con molta attenzione la situazione nel Paese degli ayatollah, a bordo dell’Air Force One, non si fa scrupoli nell’inviare un avvertimento diretto al regime. L’Iran “subirà un colpo durissimo” se i manifestanti verranno uccisi.
Insomma, in questo panorama di tensione interna ai massimi livelli e di equilibri a dir poco precari con l’esterno, a sentire la pressione maggiore è proprio Khamenei che però sembra aver trovato la sua via d’uscita senza neanche sporcarsi le mani. La Guida Suprema dell’Iran, secondo il Times basandosi su un rapporto di intelligence ottenuto dal quotidiano britannico, starebbe pianificando di fuggire a Mosca nel caso in cui il regime cadesse.
Il piano dell’86enne prevederebbe la fuga insieme a circa 20 membri della sua famiglia e stretti collaboratori, tra cui suo figlio e futuro successore, Mojtaba. In sostanza, quindi, il timore principale dell’ayatollah, sarebbe uno scenario in cui le forze di sicurezza iraniane non saranno in grado di reprimere le manifestazioni, o addirittura diserteranno dai loro incarichi e si un’iranno alla protesta.
La fuga, inoltre, come spiega il ricercatore israeliano Benny Sabati, sarebbe con meta a Mosca “perché non c’è nessun altro posto che accetterebbe” Khamenei, il quale ammirerebbe molto Vladimir Putin e la cultura iraniana risulta essere molto simile a quella russa.
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