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Iran, la tv nazionale conferma: “Khamenei è morto”, lutto nazionale e minaccia di ritorsioni

Lutto di 40 giorni e vertici militari colpiti: Larijani invoca l’unità e promette vendetta. Nel Golfo aeroporti e porto di Dubai sotto attacco, Trump minaccia “forza mai vista”.

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La svolta che per ore era rimasta nel limbo di voci e smentite ora viene rivendicata anche da Teheran: la televisione di Stato iraniana ha confermato nella notte la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso durante i raid statunitensi-israeliani. Poco dopo, sempre dai canali ufficiali, è arrivato l’annuncio di 40 giorni di lutto (con sette giorni festivi) e la definizione di “martirio”, con la promessa che “la missione” del leader non verrà interrotta.

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Transizione e linea dura: Larijani prende la scena

Sul piano politico interno, a occupare immediatamente lo spazio è Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, intervenuto in diretta sulla tv di Stato con un doppio messaggio: unità nazionale e vendetta. “Hanno pugnalato il cuore degli iraniani, ma non resterà senza risposta”, ha detto, avvertendo anche contro qualsiasi tentativo di alimentare proteste o “divisioni interne”: “Non lo tollereremo”. È il segnale di un assetto di emergenza che punta a blindare il Paese e a impedire che il vuoto di potere si trasformi in frattura.

In parallelo, un lancio di Washington riferisce che la Cia aveva già considerato, prima dell’offensiva, l’ipotesi che alla guida del sistema potessero subentrare figure ancora più intransigenti dei Pasdaran, in grado di garantire continuità e controllo.

La guerra continua: nuove ondate di raid e minacce iraniane

La crisi non rallenta. Nelle prime ore del mattino sono stati segnalati nuovi attacchi in diverse città iraniane (tra cui Karaj, Qom, Bushehr, Ahvaz, Orumiyeh e Hamedan). La tv di Stato ha aggiunto un altro tassello pesantissimo: sarebbe stato ucciso anche il capo di Stato Maggiore delle forze armate iraniane, insieme ad altri comandanti colpiti durante una riunione del Consiglio di difesa.

Sul fronte opposto, i Pasdaran hanno annunciato su Telegram l’imminente avvio della loro operazione “più feroce” contro Israele e contro le basi statunitensi. Trump, su Truth, ha risposto con un monito: se l’Iran colpirà “come non mai”, gli Stati Uniti reagiranno con “una forza mai vista prima”.

Civili e infrastrutture nel mirino: scuola di Minab e attacchi nel Golfo

Il prezzo più alto, intanto, continua a pagarlo la popolazione. La Mezzaluna Rossa iraniana ha aggiornato a 108 il numero dei morti nell’attacco che ha colpito la scuola di Minab, nel sud del Paese: i soccorsi sono ancora in corso e l’agenzia Afp non è riuscita a verificare sul posto.

L’escalation si riflette anche nel Golfo: un “incidente” allo scalo internazionale Zayed (Abu Dhabi) avrebbe causato un morto e sette feriti, secondo Al Jazeera; Bloomberg riferisce invece che a Dubai un terminal aeroportuale ha riportato danni lievi con quattro feriti tra i dipendenti. A Dubai è stato inoltre segnalato un incendio nel porto dopo un attacco missilistico attribuito all’Iran.

Diplomazia e scontro di narrazioni

Sul piano internazionale, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha riferito di aver partecipato a una riunione dei ministri del G7, sottolineando l’obiettivo di evitare un ulteriore allargamento del conflitto e di proteggere la libertà dei traffici commerciali, oltre alla necessità di “eliminare la minaccia nucleare e missilistica” rilanciando la cooperazione con l’Aiea.

Gli Stati Uniti, intanto, respingono la narrativa iraniana sui danni inflitti: il Centcom ha dichiarato che non ci sono vittime americane e che la flotta resta “pienamente operativa”, con danni “minimi” alle installazioni.

Infine, sul fronte dell’opposizione iraniana in esilio, Reza Pahlavi ha parlato di “ora della liberazione vicina” e di un piano per una transizione verso un Iran democratico: una dichiarazione che segnala come la battaglia per la successione, e per il racconto politico della svolta, sia già iniziata.

In poche ore, la morte di Khamenei ha trasformato l’escalation in un punto di rottura storico: Teheran tenta di compattarsi e promette ritorsioni, Washington e Tel Aviv rivendicano l’efficacia dei colpi, il Golfo registra le prime ricadute dirette. La domanda, adesso, non è più se la guerra continuerà, ma quanto lontano arriverà.

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