Nuove tensioni sul fronte mediorientale. Ieri, l’Italia ha decretato la chiusura, fino a nuovo avviso, del suo ufficio consolare a Teheran. Ad annunciarlo la stessa ambasciata italiana in Iran con una nota sul suo sito web, che ha specificato come “saranno garantiti unicamente i servizi essenziali, urgenti e non differibili in favore dei connazionali”.
Decisione che fa seguito alle dichiarazioni di Mohammad Baqer Qalibaf, presidente del Parlamento iraniano, il quale ha annunciato che Teheran ha classificato come “gruppo terroristico” gli eserciti dei Paesi europei specificando che “i loro militari dipendenti che si trovano nelle ambasciate in Iran devono essere immediatamente espulsi“. Il provvedimento arriva dopo che l’Ue ha inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.
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Scelta, quella dell’Italia, che era comunque già nell’aria dal 14 gennaio scorso, quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani, presiedendo una riunione operativa all’Unità di Crisi della Farnesina in relazione alle tensioni in Iran, aveva dichiarato come la massima priorità fosse la tutela dei connazionali, annunciando di aver dato indicazione di alleggerire in maniera sostanziale il personale dell’ambasciata italiana a Teheran, che sarebbe dunque dovuto rientrare in Italia al più presto.
Teheran convoca gli ambasciatori europei
La designazione dei Pasdaran come terroristi ha avuto anche un’altra importante conseguenza, ovvero la convocazione degli ambasciatori dei paesi dell’Ue da parte del Ministero degli Esteri iraniano. Lo ha dichiarato il suo portavoce, Esmaeil Baghaei, nel corso di una conferenza stampa, definendo la scelta europea “un insulto e un errore strategico”. Ha poi aggiunto: “Questa è la minima azione dell’Iran e ci sono altre opzioni allo studio per reagire”.
L’Iran nega l’ultimatum americano sui negoziati
Lo stesso Baghaei ha inoltre negato che il paese abbia ricevuto un ultimatum dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per raggiungere un accordo sul nucleare, dopo che l’inquilino della Casa Bianca aveva dichiarato di aver comunicato all’Iran una scadenza per avviare i colloqui, minacciando al contempo un’azione militare. “L’Iran è un paese che agisce sempre con onestà e serietà nei processi diplomatici, ma non accetta mai ultimatum. Per questo motivo, tale dichiarazione non può essere confermata“, ha sottolineato il portavoce.
La mediazione di Turchia, Qatar e Russia per un accordo diplomatico
Nel mentre però, fonti diplomatiche citate dal quotidiano libanese L’Orient-Le Jour riferiscono di una mediazione multilivello che ha coinvolto attori regionali e singole figure chiave dietro le quinte, permettendo di sbloccare l’accordo quadro annunciato tra Stati Uniti e Iran per evitare una guerra regionale. Un ruolo chiave è stato svolto dal Qatar, che avrebbe convinto Teheran ad accettare negoziati diretti con Washington, permettendo di superare una delle principali resistenze politiche iraniane. Doha avrebbe inoltre promosso la definizione di un quadro negoziale più ampio, non limitato al solo dossier nucleare.
Fondamentale anche l’azione della Turchia, fautrice di un approccio graduale che ha spinto gli attori a partire dal nucleare per poi estendere il confronto agli altri dossier regionali, offrendo il proprio territorio come sede dei contatti tra emissari. Le fonti indicano come figura fondamentale Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, considerato il principale decisore operativo dopo la Guida suprema. Larijani avrebbe iniziato la trattativa e fatto filtrare segnali di apertura nei giorni scorsi dopo una missione in Russia, paese che mantiene il dialogo aperto con Washington.
Mosca avrebbe avuto un ruolo cruciale nel negoziato, avanzando proposte tecniche sulla gestione dell’uranio arricchito iraniano, fondamentali per un compromesso sul nucleare. Da parte statunitense, un ruolo operativo sarebbe stato svolto dall’inviato Steve Witkoff, incaricato dei contatti diretti con una delegazione iraniana, mentre a livello politico resta centrale l’interlocuzione del presidente Donald Trump con il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, la quale potrebbe portare ad un contatto diretto a livello presidenziale. Sempre secondo le fonti diplomatiche, anche il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi avrebbe preparato il terreno politico, manifestando pubblicamente la disponibilità di Teheran a un accordo che escluda armi nucleari.
Teheran minaccia ancora gli Stati Uniti
Nonostante il delicato lavoro di mediazione portato avanti dai principali attori regionali potrebbe far pensare ad una distensione, Al-Jazeera riporta le minacce del capo di Stato maggiore di Teheran, Abdolrahim Mousavi che ha dichiarato: “Se gli Stati Uniti dovessero attaccare l’Iran, nessun americano sarà al sicuro“. Il militare ha poi aggiunto che il paese è pronto per lo scontro e per “rispondere con uno schiaffo di vendetta”.
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