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Hong Kong, altri 20 anni di carcere per Jimmy Lai e la famiglia tuona: ‘Per lui è condanna a morte’

Il fondatore dell’Apple Daily condannato per reati contro la sicurezza nazionale. Dure reazioni dalle organizzazioni per i diritti umani e comunità internazionale, mentre Pechino difende la sentenza

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Jimmy Lai, magnate dei media e simbolo del movimento pro-democrazia di Hong Kong, è stato condannato a ulteriori 20 anni di carcere per violazioni della legge sulla sicurezza nazionale. Il verdetto, pronunciato nei confronti del 78enne fondatore del quotidiano Apple Daily, chiuso nel 2021, rappresenta la pena più severa inflitta finora nell’ambito della normativa introdotta da Pechino nel 2020 per reprimere il dissenso politico in Cina.

Lai era stato dichiarato colpevole lo scorso dicembre per aver sollecitato i governi stranieri ad imporre sanzioni contro Hong Kong e di aver pubblicato contenuti ritenuti “sediziosi” sulle pagine del suo giornale. I giudici hanno parlato di una “grave condotta criminale”. L’imprenditore, detenuto dal 2020, sconterà di fatto altri 18 anni, poiché due anni della nuova condanna si sovrappongono a una precedente pena per frode.

Le reazioni della famiglia e delle organizzazioni per i diritti umani

Durante la lettura della sentenza, Lai è rimasto impassibile e ha salutato i familiari e i sostenitori presenti in aula, tra cui la moglie Teresa e l’ex vescovo di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen. Il suo legale non ha confermato se verrà presentato un eventuale ricorso, mentre la famiglia ha espresso forte preoccupazione per le condizioni di salute dell’uomo.

Condannare mio padre a questa pena è devastante per la nostra famiglia e mette a repentaglio la sua vita”, ha dichiarato il figlio Sebastien Lai, considerando l’età e i problemi cardiaci del padre. Secondo quanto riferito, il magnate avrebbe trascorso cinque anni in isolamento e perso circa dieci chili nell’ultimo anno. La figlia Claire ha poi sottolineato come “la sentenza sia stata crudele e che se eseguita lo farà morire da martire dietro le sbarre”.

Anche Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato la sentenza come “ingiusta”, parlando di un passaggio dallo stato di diritto a un clima dominato dalla paura nella città di Hong Kong.

Le reazioni internazionali e risposta di Pechino

La decisione ha provocato una forte ondata di critiche a livello globale. Infatti, il Regno Unito ha invitato Hong Kong a rivedere la propria posizione, mentre l’Unione Europea ha chiesto di “ristabilire la fiducia nella libertà di stampa e di fermare le persecuzioni contro i giornalisti”. Taiwan ha definito apertamente la condanna come una sentenza che “calpesta la libertà di parola”.

Di tutt’altro avviso la reazione della Cina e delle autorità locali. Pechino ha definito il verdetto “ragionevole, legittimo e legale”, mentre il capo dell’esecutivo di Hong Kong, John Lee, ha elogiato la condanna giudicandola “profondamente soddisfacente”. Il caso Lai resta uno dei più emblematici nel dibattito politico della città in seguito alle imponenti proteste pro-democrazia tra il 2019 e il 2020, che hanno portato all’introduzione della controversa legge sulla sicurezza nazionale e alla chiusura dell’Apple Daily, uno dei principali giornali indipendenti della città.

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