L’intesa raggiunta tra Hamas e Israele che hanno firmato la prima parte dell’intesa per la tregua a Gaza, rappresenta un grande risultato diplomatico per Donald Trump, uno dei più importanti del suo secondo mandato. “Andrò in Egitto” per la “firma ufficiale” dell’accordo su Gaza, ha annunciato il presidente a stelle e strisce nella riunione di gabinetto alla Casa Bianca, sede dove ha commentato proprio gli ultimi sviluppi del piano da lui stesso presentato.
Il numero uno di Washington ha poi rivolto lo sguardo al futuro dove vede che “Gaza sarà un territorio nuovo, un territorio di prosperità, un territorio di ricchezza” ma non specifica di non avere una visione per la soluzione dei due Stati, “seguirò ciò che hanno concordato” le parti. Purtroppo però in occasioni come queste non ci si può permettere di abbassare la guardia. Molto potrebbe andare storto nei prossimi giorni e anni in Medio Oriente, come spesso accade, e l’accordo annunciato mercoledì sera potrebbe rivelarsi un’ennesima tregua temporanea in una guerra di fatto iniziata con la fondazione di Israele nel 1948 e mai terminata.
E quindi sorge spontanea la domanda se l’amministrazione Trump avrà l’attenzione e la concentrazione necessarie nella costanza e nella quotidianità per mantenere intatta e unita una soluzione così fragile. Intanto, comunque, il tycoon specifica che “il disarmo” di Hamas avverrà nella prossima fase dell’accordo su Gaza, per dare priorità al al ritorno degli ostaggi a casa perché “era quello che tutti volevano“.
Nel dettaglio, si apprende che oltre alla liberazione di circa 2.000 detenuti palestinesi, tra cui 250 condannati all’ergastolo, nell’ambito dell’accordo Israele restituirà anche i corpi di 360 miliziani di Hamas, ma non quelli dei fratelli Yahya e Mohammed Sinwar. I detenuti condannati per omicidio o coinvolgimento diretto in attentati saranno invece trasferiti verso Gaza o all’estero, con divieto di ingresso in Israele e in Cisgiordania.
Ebbene, la proposta trumpiana ben strutturata in quei 20 punti che ha convinto sia Israele che Hamas, è arrivata un po’ come un fulmine a ciel sereno. Ogni tassello era indispensabile come è stato fondamentale il coinvolgimento degli arabi: non solo l’Egitto e l’Arabia Saudita ma soprattutto il Qatar e la Turchia che tengono le redini del gruppo militante palestinese.
Insomma, sono state queste negoziazioni in cui Trump si è impegnato più personalmente portando il suo stile non esattamente tipico dei leader politici e affidandosi a pochi consiglieri fidati, al suo istinto e a una fede incrollabile nel potere delle relazioni personali. In fondo, quindi, almeno per ora, sembra che il successo nell’impresa in Medio Oriente sia per lui il test definitivo per accreditarsi come mediatore e pacificatore. Quel colpo di frusta che gli ha permesso di spianarsi la strada verso il premio Nobel per la Pace che tanto ambisce.
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