Benjamin Netanyahuinizia a cedere sotto le pressioni del governo statunitense sul conflitto aGaza, consapevole di essere giunta in una posizione piuttosto complicata e a tratti ingestibile. Il principale alleato di Israele, ovvero gli Stati Uniti diDonald Trump, sonostufi di sostenere un conflitto che sembra non portare a nulla di pratico. Dopo 21 mesi di guerra in cui Hamas ancora non è stato sradicato dalla Striscia di Gaza, Trump ha chiesto al primo ministro dello Stato ebraico di porre fine al conflitto e di collaborare per una soluzione negoziata.
Intanto, però, cresce lo scontento a Gerusalemme. Il governo di Netanyahu è infatti composto da due membri che della guerra hanno fatto un obiettivo imprescindibile. Il ministro delle Finanze,Bezalel Smotrich, e il ministro della Sicurezza nazionale,Itamar Ben Gvir,hanno avvertito Netanyahu di essere pronti ad abbandonare il governo nel caso in cui il premier decidesse di accettare la tregua di 60 giorni proposta dagli Stati Uniti.
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Il primo ministro è quindi intervenuto per placare gli animi, come riportaChannel 12. “Dopo la pausa, trasferiremo la popolazione della Striscia verso sud e imporremo un assedio al nord di Gaza“, il premier avrebbe rassicurato così Smotrich, con l’obiettivo di limitare le fratture nel suo esecutivo e al contempo chiarire i reali obiettivi del conflitto.
Il piano Witkoff e le intenzioni di Netanyahu a Gaza
Sembrerebbe che Netanyahu abbia incontrato privatamente i due ministri e abbia promesso loro chedopo la guerra Israele continuerà ad assediare Gaza. Una promessa che manda in frantumi qualunque prospettiva di pace e che rende inutili le trattative in corso ora in Qatar. Secondo quanto si apprende, sembra che il capo del governo israeliano voglia sfruttare i 60 giorni di tregua per organizzare lo sfollamento dei gazawi.
In questo modo sarebbe possibili distinguere la popolazione della Striscia dai membri di Hamas e rendere quindi i raid più efficienti. Una soluzione che accontenterebbe anche i due ministri di estrema destra, che da mesi invocano la totale distruzione dell’organizzazione terroristica palestinese. Solo ieri, Benjamin Netanyahu aveva già iniziato a lanciare segnali poco rincuoranti sulla tregua. “Hamas vuole rimanere a Gaza. Vuole che ce ne andiamo, così può riarmarsi, così può attaccarci ancora e ancora“, aveva dichiarato sostenendo di non essere pronto ad accettare un accordo simile (Ne abbiamo parlato qui).
Il riferimento è al Piano Witkoff, ovvero la proposta Usa di unatregua di 60 giorni che porti al cessate il fuocodefinitivo e al contempo alla liberazione degli ostaggi ancora nelle mani delle due parti. L’accordo è in discussione a Doha, dove sono presenti le delegazioni di Israele e Hamas, mediate dai qatarioti. Le negoziazioni sono al momento senza esito a causa dell’incapacità delle due parti di scendere a compromessi. Hamas accusa Israele di non essere pronta ad allontanare le proprie truppe dalla Striscia, mentre Gerusalemme sostiene che l’organizzazione islamica non voglia allontanarsi dai territori di confine con lo Stato ebraico.
La situazione a Gaza e il nodo della ‘città umanitaria a Rafah’
Intanto, nella Striscia proseguono i raid ai danni dei civili.Solo ieri sono morti 10 palestinesi, di cui 6 bambini, nel corso di unraid che ha colpito un centro di distribuzione dell’acquanel campo profughi di Nuseirat. Un attacco non intenzionale, secondo quanto dichiarato dalle Idf, ma che sarebbe dovuto ad un “malfunzionamento tecnico“.
La tregua del Piano Witkoff potrebbe quindi rivelarsi poco utile per la popolazione civile di Gaza. Netanyahu starebbe riflettendo sulla possibilità ditrasferire i gazawinel sud della Striscia di Gazain un“rifugio umanitario” costruitosulle spoglie della città di Rafah. Secondo quanto si apprende, inizialmente sarebbero ospitati 600mila civili, che non avranno la possibilità di abbandonare il centro e che saranno schedati per evitare infiltrazioni di membri di Hamas.
All’interno dello Stato ebraico, però, non tutti sono del tutto favorevoli al piano presentato dal primo ministro.Ehud Olmert, predecessore di Netanyahu, ha infatti espresso una serie di dubbi su quanto ipotizzato da Netanyahu. “La città umanitaria a Rafahsarebbe in realtà un campo di concentramento“, ha spiegato, ricordando le atrocità commesse in passato e che non dovrebbero più ripresentarsi. Olmert ha poi aggiunto, in un’intervista alGuardian, che portare i palestinesi con forza a Rafah potrebbe essere ritenuta una vera e propria “pulizia etnica“,
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