Si dice che la notte porti consiglio e forse è ciò che potrebbe essere accaduto aBenjamin Netanyahu. Per la prima volta dall’annuncio di Donald Trump di un accordo storico su Gaza, il 31 luglio, due giorni dopo il lorovis à vis, Bibi rompeva il silenzio e annunciava ufficialmente la sua posizione sul piano delBoard of Peace, sbaragliando qualsiasi equilibrio geopolitico internazionale. “Israele respinge il documento dei 15 punti.L’Idf non si ritirerà finché Hamas non sarà disarmato dalle armi, pesanti e leggere“. Non solo, bocciava anche la prospettiva di uno Stato palestinese prefigurata dal piano: “Finché sarò premier, non ci sarà, né a Gaza né in Cisgiordania. Né ‘Fatahstan’ né ‘Hamastan‘”.
Poi, quello che sembra un dietrofront, facendo sembrare il tutto un capriccio di facciata. Secondo alcuni fonti il primo ministro israeliano avrebbe detto a Jared Kushner diessere disposto a dare una possibilità al piano di disarmo di Hamasproposto dal presidente a stelle e strisce, ele Forze di Difesa Israeliane si starebbero ritirando sulla Linea Gialla.
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Stando alJerusalem Post, citando Axios, si specifica che la conversazione tra Netanyahu e Kushner in cui il premier avrebbe detto al funzionario Usa di essere disposto a dare una chance al piano per Gaza sarebbe avvenuta “la scorsa settimana“. La testata israeliana è tornata quindi a ricordare la posizione pubblica assunta invece da Bibi ieri, sottolineando la posizione della Casa Bianca di “non preoccupazione” Rispetto a tali dichiarazioni confermando“un graduale ritorno alla Linea Gialla a Gaza” e una interruzione degli attacchi contro la Striscia.
Prima delle indiscrezioni su una possibile apertura israeliana, la Casa Bianca non si è detta preoccupata delle dichiarazioni di Netanyahu. Come specificato da un alto funzionario Usa ad Axios, “comprendiamo le esigenze politiche di Bibi. Non abbiamo problemi al riguardo, purché continui a fare ciò che chiediamo, in particolare per quanto riguarda la limitazione degli attacchi a Gaza“.
Intanto, però, le intenzioni di Netanyahu di porre un freno al piano, sembrano venir smentite. Dal campo infatti arrivano notizie diverse: la Radio militare riporta che due settimane fa, in concomitanza con la decisione di permettere l’ingresso nella Striscia delle prime truppe marocchine e ugandesi della Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf), uno degli elementi del piano Trump, ilrango politico aveva approvato l’inizio dei lavori di ricostruzione in una ‘zona pilota’ a Rafah, che si trova nel perimetro della ‘Linea gialla’, tuttora sotto il controllo dell’Idf.
Si tratta del progetto che nel Centro di coordinamento civile-militare sotto l’egida del Centcom Usa, operativo dall’ottobre scorso nel sud di Israele, viene chiamato ‘Rafah verde’ ed èsovvenzionato prevalentemente dagli Emirati Arabi Uniti.
Insomma, il categorico rifiuto del piano sbandierato ieri da Netanyahu si presenta comeun messaggio che parla innanzitutto all’elettorato israeliano, sempre più spostato a destra. Specie nel momento in cui il suo principale rivale nella corsa elettorale, Gadi Eizenkot, ha bollato la pubblicazione della roadmap come “un fallimento” del governo rispetto all’obiettivo prefissato dalla guerra: l’eliminazione di Hamas.
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