Il valico di Zikim sarà riaperto. E così, l’ingresso degli aiuti umanitari verso la Striscia riprenderà tra Israele e il nord di Gaza. A darne notizia è il Cogat, l’organismo del ministero della Difesa israeliano incaricato degli affari civili nei territori palestinesi. Gli aiuti saranno quindi consegnati dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni internazionali dopo approfondite ispezioni di sicurezza da parte dell’Autorità per i Valichi Terrestri del Ministero della Difesa.
Ebbene, dopo due mesi dalla sua chiusura durante un’operazione delle Forze di difesa israeliane dello scorso 12 settembre, durante l’operazione “Gideon Chariots B” delle Idf pre prendere il controllo di Gaza, il valico di Zikim riapre con l’approvazione della leadership politica israeliana. Come ha ricordato il Times of Israel, attualmente sono tre i transiti aperti verso l’enclave palestinese, ovvero Zikim, Kerem Shalom, e Al-Awja.
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Intanto, permane in sottofondo il retrogusto amaro di uno stallo del piano di pace stilato dal presidente a stelle e strisce Donald Trump, a un mese dalla cerimonia di Sharm el Sheikh e stenta a passare alla cosiddetta fase 2. Sul terreno restano da sciogliere i nodi della restituzione degli ultimi quattro corpi di ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas che starebbe cercando a Gaza City con l’ausilio della Croce Rossa e dei 150 miliziani bloccati nei tunnel di Rafah che non vogliono deporre le armi senza garanzie di un passaggio sicuro.
Ma Washington non sembra intimorirsi e va avanti avanti nonostante le difficoltà sul percorso. Stando a quanto riferiscono i media israeliani, gli Stati Uniti starebbero già progettando di istituire una grande base militare nel sud di Israele, nell’ottica di sottrarre sempre più allo Stato ebraico il controllo su quei territori, dopo che il Centro di monitoraggio del cessate il fuoco di Kiryat Gat a guida Usa avrebbe già preso sotto la propria ala la supervisione dell’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza.
La nuova base costerà circa 500 milioni di dollari e dovrà ospitare le migliaia di militari, si parla attualmente di 20.000 in tutto, della Forza internazionale di stabilizzazione prevista dall’accordo di pace, che però deve ancora essere definita e costituito. In attesa, quindi, i Paesi musulmani, che finora si sono detti disposti a inviare truppe, hanno chiesto un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu, al quale la Casa Bianca sta ancora lavorando. Altri, compresa l’Italia, restano in attesa di capire quali saranno obiettivi e regole di ingaggio.
Ebbene, l’ottimismo statunitense si barcamena in cerca di soluzioni stabili, anche se alcuni funzionari dell’amministrazione trumpiana, da come riportato da Politico, sembrano profondamente preoccupati che l’accordo di pace tra Israele e Hamas possa fallire a causa delle difficoltà al quanto oggettive in merito all’attuazione di molte sue parti fondamentali, tra cui proprio la futura Forza di pace.
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