La pace passa dal Donbass. O si ferma lì.
E’ attorno alla regione della regione dell’Ucraina orientale che ruota il confronto più delicato dall’inizio dell’invasione russa: i colloqui trilaterali tra Usa, Russia e Ucraina, ad Abu Dhabi e destinati a proseguire per almeno altri due giorni. Un formato raro, carico di simboli e aspettative, ma anche di sospetti incrociati.
Leggi Anche
Volodymyr Zelensky lo ha detto senza giri di parole: l’incontro è importante, ma ora tocca a Mosca. “Da molto tempo non c’erano negoziati tripartiti. Qui si parla dei parametri per la fine della guerra“, ha scritto il presidente ucraino su Telegram. Poi l’avvertimento: “Ora ci aspettiamo almeno alcune risposte dalla Russia. La cosa più importante è che sia pronta a porre fine a una guerra che ha iniziato”.
Calma, però. Zelensky invita a non trarre conclusioni affrettate. “Vedremo come andrà domani”, ha spiegato, ricordando che la pace non può essere un desiderio a senso unico: “Non basta che l’Ucraina voglia fermare la guerra. E’ necessario che anche la Russia lo voglia”.
Dal Cremlino, nel frattempo, arriva una linea dura, già abbastanza conosciuta. Seza una soluzione territoriale non cisarà alcuna pace che duri. “Senza risolvere la questione dei confini non ha senso parlare di accordi stabili”, ha ribadito Yuri Ushakov, consigliere internazionale di Vladimir Putin. Ancora più esplicito il portavoce Dmitry Peskov: per arrivare a un’intesa, le truppe ucraine dovranno lasciare il Donbass. È la condizione che Kiev respinge e che rappresenta la vera linea di frattura del negoziato.
Poche ore prima dell’avvio dei colloqui, il Cremlino ha diffuso un video che vale più di molte dichiarazioni: Vladimir Putin sorridente, strette di mano con gli emissari americani Steve Witkoff, Jared Kushner e il consigliere della Casa Bianca Josh Gruenbaum. Un’immagine di normalità diplomatica che contrasta con la rigidità delle posizioni ufficiali.
Mentre ad Abu Dhabi si discute di confini e garanzie di sicurezza, sul fronte politico-militare Kiev incassa un risultato concreto. Al Forum economico mondiale di Davos, Zelensky ha annunciato di aver raggiunto un accordo con Donald Trump per la fornitura di munizioni per il sistema di difesa aerea Patriot. “Ho parlato con il presidente Trump e ho ricevuto missili PAC-3 per il sistema Patriot“, ha dichiarato il leader ucraino, senza specificarne il numero. “A Davos abbiamo affrontato questioni globali, ma abbiamo anche risolto un problema molto concreto. È per questo che sono andato lì”.
Un segnale che rafforza la posizione ucraina mentre i negoziati sono ancora in bilico. Sul tavolo resta anche il futuro economico del Paese. Kiev insiste affinché gli asset russi congelati in Occidente vengano destinati esclusivamente alla ricostruzione dei territori devastati dal conflitto. Zelensky ha definito “assurda” l’idea che quei fondi possano essere utilizzati per regioni occupate o per aree russe colpite dagli attacchi ucraini. Secondo le stime europee, la ricostruzione potrebbe costare fino a 800 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni.
Ma mentre la diplomazia cerca spiragli, la guerra continua a colpire. Nelle ultime ore un drone russo ha centrato un’auto civile vicino al villaggio di Prudianka, nella regione di Kharkiv, uccidendo tre persone e ferendone altre quattro. Un episodio che riporta il conflitto alla sua dimensione più cruda, quella che non conosce tregua. A Kiev quasi duemila edifici restano senza riscaldamento, mentre i raid continuano a mettere sotto pressione infrastrutture e popolazione.
Donald Trump si dice fiducioso e sostiene che “tutti faranno concessioni”. Ma il tavolo di Abu Dhabi resta sospeso tra parole e realtà. Da una parte la necessità di fermare una guerra che logora l’Europa e il mondo, dall’altra una distanza profonda sul destino del Donbass.
© Riproduzione riservata


