A poco più di 24 ore di distanza dall’attentato a Sydney, la polizia australiana è riuscita a chiarire alcuni dettagli di una strage che ha sconvolto il mondo intero. Nel pomeriggio del 13 dicembre, due uomini armati di fucile hanno sparato almeno 50 colpi contro una folla di persone che si era riunita a Bondi Beach per celebrare il primo giorno della festività ebraica dell’Hannukkah.
Il bilancio complessivo è di 16 vittime, tra cui una ragazzina di 12 anni, e 38 feriti, di cui alcuni in condizioni gravi. Numeri che avrebbero potuto essere ben più alti se un passante non fosse riuscito a disarmare con coraggio uno degli attentatori, lasciando poi alle autorità il compito di ucciderlo. Un secondo aggressore è stato invece ferito e sarebbe riuscito a lasciare la scena della strage. L’uomo è stato fermato poche ore dopo nello stesso quartiere in cui risiedeva il sospetto ucciso.
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Un’operazione lampo che ha potuto assicurare alla giustizia anche il secondo ricercato. Sembra che i due abbiano agito da soli, per cui è stata smentita la notizia secondo cui le autorità fossero alla ricerca di una terza persona coinvolta nella sparatoria. La polizia ha poi confermato le identità dei due attentatori. Si tratta di Said e Naveed Akram, padre e figlio di origine pakistana.
Attentato a Sydney: i nuovi dettagli sulla strage di Bondi Beach
Il 50enne è deceduto, mentre il 24enne è stato ricoverato in ospedale affinché ricevesse tutte le cure necessarie per le sue lesioni. Il più anziano era titolare di porto d’armi da dieci anni e possedeva sei armi da fuoco separate, la stessa quantità rinvenuta sulla scena della sparatoria. Inoltre, secondo l’emittente australiana Abc, i due uomini avrebbero giurato sottomissione all’Isis nel 2019. La fonte dell’informazione sarebbe il servizio d’intelligence interna di Canberra Australian Security Intelligence Organisation (Asio). A sostegno di questa teoria, vi sarebbe il ritrovamento di due bandiere del califfato all’interno dell’auto usata dai terroristi.
L‘Asio avrebbe iniziato a controllare Naveed Akram circa 6 anni fa, dopo che la polizia aveva sventato i piani per un attacco terroristico dell’Isis. Il 50enne era legato a Isaak El Matari, che sta scontando una condanna di 7 anni in carcere per aver pianificato un’insurrezione dell’Isis. I servizi segreti avevano però valutato che non rappresentasse una minaccia. Una decisione che avrebbe indignato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha accusato il leader di Sydney di non aver fatto abbastanza per evitare che una tragedia simile si verificasse.
Secondo il volto dello Stato ebraico, il primo ministro australiano, Anthony Albanese, avrebbe fomentato un odio antisemita con la sua politica, in particolare a seguito della decisione dello scorso agosto di riconoscere lo Stato di Palestina all’Onu. Inoltre, l’intelligence di Israele avrebbe sostenuto di aver inviato dei profili di allarme su quanto sarebbe potuto accadere in Australia. Una notizia smentita dalle autorità del Paese, che hanno riferito di non aver ricevuto alcuna notizia, per poi aggiungere che, se questo fosse accaduto, avrebbero preso le corrette precauzioni per evitare l’attentato a Sydney.
Di fronte a quanto accaduto, il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha proposto “leggi più severe sulle armi“, chiarendo che il governo è pronto a prendere tutte le misure necessarie per evitare che una tragedia simile si verifichi di nuovo. Oggi, intanto, le bandiere del Paese sono a mezz’asta in segno di lutto per la strage e per rendere omaggio a tutti coloro che hanno perso la vita.
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