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Attacco israeliano all’Iran imminente? Netanyahu e Biden discutono la strategia

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Il governo israeliano non è ancora riuscito a raggiungere un accordo sul piano di risposta militare all’attacco missilistico iraniano del primo ottobre, nonostante una lunga riunione di gabinetto che si è protratta per quattro ore nella tarda serata di ieri. A riferirlo sono i media israeliani. La mancata votazione del piano ha bloccato la partenza del ministro della Difesa Yoav Gallant per Washington, dove era previsto un incontro con il segretario della Difesa statunitense Lloyd Austin. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha posto il veto alla missione di Gallant finché il governo non si sarà espresso ufficialmente sulla questione.

Secondo alcune fonti riportate da Axios, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e Netanyahu avrebbero raggiunto un’intesa sulla portata dell’operazione militare che Israele intende condurre contro l’Iran. Durante una telefonata tra i due leader, l’amministrazione Biden avrebbe dato il proprio tacito consenso a un imminente attacco su larga scala, nonostante i timori che le conseguenze potrebbero innescare un’escalation del conflitto nella regione. Israele starebbe pianificando azioni più aggressive di quanto auspicato da Washington, ma dopo il colloquio, fonti americane si sono dichiarate più rassicurate rispetto alle intenzioni israeliane.

L’attacco missilistico iraniano di dieci giorni fa, che ha visto il lancio di circa 180 missili verso Israele, è stato in gran parte respinto, ma ha comunque danneggiato alcune infrastrutture militari, inclusi siti dell’aeronautica. L’attenzione israeliana sembra ora concentrarsi su basi militari iraniane ritenute responsabili del lancio dei missili. Tuttavia, resta ancora in discussione se includere o meno nei piani d’attacco anche siti petroliferi e nucleari.

I Paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, hanno espresso preoccupazioni sul rischio di essere coinvolti in una potenziale ritorsione iraniana contro le loro infrastrutture petrolifere. Per questo motivo, avrebbero rifiutato di permettere ai caccia israeliani di sorvolare i loro spazi aerei. Gli ayatollah iraniani, attraverso delegati, hanno già avvertito Riad che eventuali attacchi contro l’Iran potrebbero mettere in pericolo le piattaforme petrolifere saudite, con possibili azioni di rappresaglia da parte di Iraq e Yemen.

Nel frattempo, gli Stati Uniti sembrano voler sfruttare l’offensiva israeliana contro Hezbollah in Libano come opportunità per porre fine al potere del gruppo filo-iraniano. Washington mira ad arrivare all’elezione di un nuovo presidente libanese che possa contribuire alla stabilizzazione del Paese, dove i combattimenti proseguono.

A Gaza, il conflitto non accenna a diminuire. Le forze israeliane hanno intensificato gli attacchi, con l’ultimo bombardamento che ha colpito una scuola nel nord della Striscia, causando la morte di 28 civili e il ferimento di altri 54. Israele sostiene che la scuola fosse stata trasformata in un centro di comando da Hamas, da cui venivano lanciati attacchi contro il territorio israeliano.

Il bilancio delle vittime continua a crescere da entrambe le parti: 353 soldati israeliani uccisi dall’inizio dell’offensiva e oltre 42.000 palestinesi deceduti a Gaza, secondo i dati diffusi dal ministero della Sanità gestito da Hamas.

Il conflitto appare destinato a protrarsi, con la comunità internazionale che guarda con apprensione alla possibilità di un’escalation regionale più ampia.

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