Sanzioni sul petrolio, come sopravvive l’Europa? Gli scenari

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Un embargo totale avrebbe effetti iniziali pesantissimi per Mosca, visto che oltre il 70% degli introiti russi derivanti dalle risorse naturali viene proprio dall’oro nero. Ma il combustibile è per sua stessa natura liquida: si può trasportare in altre zone riequilibrando il mercato

La geoenergia prevale quasi sempre su fluttuanti scelte di politica estera. Il possibile embargo UE sul
petrolio russo ne è un esempio emblematico. Beninteso, quasi certamente la UE deciderà per
l’embargo ma più per non perdere la faccia e la già non alta reputazione davanti ai cittadini europei,
il cui 85% è (almeno ad oggi!) favorevole a ridurre l’acquisto di combustili fossili dalla Russia per
accelerare la fine della guerra in Ucraina. Vediamo però quale sarà la natura di questo embargo.
Detto che la relazione tra durata della guerra in corso ed embarghi sui fossili russi è tutta da
dimostrare, la titubanza e le ondivaghe affermazioni degli Stati membri e della UE degli ultimi due
mesi sul petrolio russo sono in realtà esercizio di realismo sistemico e geoenergetico.

Il cammino verso le sanzioni

A marzo, sull’onda emotiva anti Mosca, l’embargo UE sul petrolio veniva dipinto come un mero
esercizio burocratico con tempi celeri. Ad aprile, l’embargo sarebbe stato deciso subito dopo il
secondo turno delle presidenziali francesi. A maggio – crediamo ultimo episodio della serie – si è
finalmente adottato un approccio a valenza almeno quasi sistemica a livello comunitario. È stato
approvato il piano REPowerEU. Circa 300 miliardi di euro (225 in prestiti e 72 in sovvenzioni) in 5
anni. Il piano ha unito gli obiettivi di politica internazionale con un inizio di strategia geoenergetica a
livello UE. Infatti, continuare a porre sanzioni contro la Russia lasciando singoli Stati membri a
subirne le conseguenze secondo il diverso grado di esposizione alla dipendenza da Mosca avrebbe
provocato tre inevitabili scenari: 1) difese nazionali in ordine sparso secondo i diversi calcoli della
minaccia e dei rischi connessi ai propri interessi nazionali; 2) povertà energetica con gravissimi effetti
economico-industriali-sociali, anche causata dall’innesto di un approccio di guerra economica in un
conflitto pan-regionale senza un paracadute economico-finanziario a supporto; 3) riverberi globali
imprevedibili e potenzialmente disastrosi per l’Europa nel breve-medio periodo dovuti al fatto che le
solide e decennali interconnessioni infrastrutturali tra Mosca e l’Europa hanno dimostrato nel tempo
non solo alta resilienza alle variabili geopolitiche e alle fluttuazioni degli assetti economico-finanziari,
ma capacità di integrarsi a pieno titolo nella struttura della globalizzazione.

I vantaggi del REPowerEu

Qui occorre notare il secondo punto di positività del REPowerEu. Esso si somma al Green Deal
ecologico di più lungo periodo. La Commissione Europea ha cercato una via che al contempo potesse
ridurre la dipendenza dai combustibili fossili russi e salvaguardare le fondamenta sistemiche
comunitarie. In altre parole, non disponendo della bacchetta magica – anche per gravi errori
decisionali degli ultimi anni – per modificare le multi-dipendenze infrastrutturali, industriali,
economico-finanziarie, contrattuali, di specifiche fonti energetiche, di diverse rotte di
approvvigionamento, logistiche, ecc., ha deciso di destinare il 95% dei fondi del piano per finanziare
la transizione energetica e le rinnovabili, e il 5% per realizzare nuove infrastrutture gasiere. Ovvero se
si vuole una riduzione graduale dalle importazioni dalla Russia, l’UE, tra le altre cose, dovrà installare
nei prossimi 5-10 anni capacità di potenza per produrre almeno 44 terawattora da nucleare e 100
da nuovo carbone. Un cuscinetto vitale per il baseload con un aumento di circa il 5% nel mix
energetico. Ciò significa che la UE ha voluto non solo continuare a porre obiettivi vincolanti destinando fondi il
cui uso è burocraticamente complesso e sostanzialmente a discrezione dei singoli Stati membri, ma
ha inteso cercare di essere una casa comune. Beninteso, farlo in stato di crisi e sotto enormi pressioni
lungo gli equilibri di potenza è un esercizio non troppo complesso. Speriamo possa integrarsi tra i
pilastri del processo di crescita della politica comunitaria fuori da crisi e pressioni varie. Non vi è dubbio però che solo decidendo ed operando come Unione si potrà ridurre gradualmente la dipendenza dai combustibili fossili russi in modo più adeguato e meno esiziale. Come sostenuto nel precedente articolo, la transizione energetica è l’interazione a pesi ponderali tra obiettivi/impegni climatico-ambientali, presenza nell’innovazione tecnologica connessa al grado di sostenibilità, e sicurezza energetica relativa. Un primo passo sembrerebbe essere stato fatto nella giusta direzione. In merito all’embargo sul petrolio russo, l’Italia e Bruxelles devono avere chiari sia i suddetti tre inevitabili scenari, sia il fatto che non c’è sanzione senza energia e che essa quando estratta e prodotta va usata e/o venduta lungo i vettori delle rotte geoenergetiche e geopolitiche, lungo le vie di trasporto logistico e attraverso mercati consolidati e nuovi. Ciò soprattutto se vi sono
infrastrutture realizzate o pianificate e relazioni intra-sistemiche e politiche tra Stati.

Pertanto, l’effetto delle sanzioni europee potrebbe essere molto attenuato qualora Mosca avesse già
solidi sbocchi garantiti in Medio Oriente, India e Sud-Est Asiatico (Cina in primis) di almeno una
buona percentuale dell’impatto dell’embargo UE. Inoltre, alzare una cortina energetica in Europa
vorrebbe dire mettere a repentaglio un intero sistema decennale e innescare effetti a cascata poco
prevedibili senza massicci immediati accorgimenti. Siamo ben lontani da questa ipotesi.
Di nuovo, quindi, la geoenergia deve prevalere sull’emotività della politica estera in stato di crisi.
Scegliere sapendo (o non sapendo!) di farsi male è una follia. Si può scegliere un’uscita graduale
sfruttando il ruolo delle “Incognite”. Le sanzioni finanziarie e le pressioni politiche hanno nei fatti
generato un embargo indiretto sul petrolio russo. La maggior parte degli shippers e dei traders
occidentali ha paura di subire ritorsioni e sanzioni. Inoltre, sfruttare questa linea minimizzerebbe gli
effetti boomerang e forse anche le conseguenze non intenzionali ma dalla magnitudo potenzialmente enorme. Penso all’asse Russia – Arabia Saudita che negli ultimi anni ha deciso le quote di produzione “tutelando” i prezzi e i rispettivi mercati di riferimenti. Se Mosca dovesse vendere in modo strutturato nel Sud-Est Asiatico si innescherebbe una rivalità con Riad dai risvolti imprevedibili sui prezzi del petrolio e sul futuro del cartello Opec Plus-Russia. Già oggi Mosca sta vendendo petrolio in India con uno sconto di circa il 30% (passata da 50mila a 300mila barili di petrolio russo importati). Per la penetrazione di nuovi mercati sarebbe solo questione di tempo. La Cina è già il secondo compratore di petrolio russo dopo l’Europa.

Cosa conviene all’Europa

Conviene all’Europa? No. E la risposta la dà sempre la geoenergia. La riduzione graduale delle
forniture russe di petrolio dalla Russia (anche del gas naturale ma in un orizzonte più lungo) in
Europa è inevitabile e già nei fatti a fronte del piano di decarbonizzazione UE al 2050. Credere che sia
“merito” del conflitto in Ucraina o delle sanzioni UE è un mero esercizio di comunicazione e di
illusionismo. Un’accelerazione non necessaria, che addirittura includa oltre al petrolio anche prodotti
petroliferi, o un embargo totale e non programmato avrebbe primariamente effetti negativi per
molti Stati europei, una maggiore velocità di spostamento geoenergetico di Mosca verso Est, una
perdita prematura di un solido pezzo della supply chain europea senza avere ben chiara la resilienza
della nostra capacità di raffinazione, ecc. Inoltre, a livello di strategia dell’energia, non si tratterebbe neanche di una scelta per ferire mortalmente l’Orso. Primo, se costruisco una gabbia per l’Orso devo essere certo che non abbia vie secondarie o post-primarie di uscita. Un embargo totale immediato avrebbe effetti iniziali
pesantissimi per Mosca, visto che oltre il 70% degli introiti russi derivanti dalle risorse naturali viene
proprio dal petrolio e che l’economia russa è dipendente dalle risorse naturali. Ma la fonte petrolio, a
differenza del gas naturale via tubo, è per sua stessa natura liquida, ovvero viaggia via nave e si può
trasportare in altre zone riequilibrando il mercato e curando le ferite. Secondo, l’Europa deve uscire
da hollywoodiane visioni su cosa potrebbe fare l’Orso ferito o in assenza di miele, e pensare alla
natura delle relazioni secolari Europa-Russia e ad un modo per traghettare la sua inevitabile
mutazione da una relazione energetica ad una di diversa natura, se mai Mosca sarà in grado di farlo.

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